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Riflessioni sulla pandemia da Coronavirus

Perché, ancora una volta, parliamo di covid? PER NON PARLARNE PIÙ!

Iniziamo subito dicendo che la condizione sociale e individuale causata dal COVID e dalle reazioni al COVID ha creato le condizioni potenziali, penalizzando le possibilità di scambio, per svuotare gli individui di parte della loro risonanza emotiva, ha sterilizzato i rapporti della loro componente affettiva e ha deprivato gli individui della loro componente numinosa.

Nella cosiddetta prima ondata abbiamo dovuto affrontare una condizione inedita; quella era una situazione “di emergenza”, che ha avuto un andamento a picco ascendente in tempi relativamente ristretti, con un picco condensato in un tempo “ragionevolmente” breve. Questo si traduce nel dovere affrontare l’emergenza, che assume spesso un andamento gaussiano, con il manifestarsi del fenomeno, un aumento repentino degli effetti, una fase “plateau” e una progressiva diminuzione.

La “seconda ondata” ha un andamento più “regolare”, almeno a livello percettivo; è come se montasse una marea silente, meno drammatica nell’andamento ma più “larga”. La prima ondata ha avuto un effetto tsunami, la seconda un effetto alta marea persistente.

Alcuni di voi probabilmente ricorderanno lo tsunami che si verificò nel 2004, il cui epicentro fu nell’Oceano Indiano, al largo dell’Indonesia; le immagini che ci arrivarono dall’estremo Oriente avevano qualcosa di pauroso, di terrificante ma per molte persone avevano qualcosa di fascinoso. Spesso l’evento catastrofico contiene, insieme alla paura, un inconfessabile attrattiva che, da qualche parte, ci fa desiderare di essere lì dove avviene, per sentirci protagonisti e testimoni e se ci pensate, forse qualcuno di voi lo sa già, in greco il testimone si chiamava Màrtys, che in latino diventa Martyr.

L’epidemia, la pandemia, ci hanno restituito sensazioni strane, molto probabilmente mai provate prima, che in molti di noi sono variate nel tempo, via via che il contagio e la sua diffusione hanno avuto la loro evoluzione: all’inizio “leggevamo” di questa infezione virale che colpiva la lontana Cina. Spesso i fatti eclatanti, sovente di origine naturale, abbiamo la sensazione o il convincimento che accadano lontano da noi: le grandi eruzioni, i grandi terremoti, i meteoriti che in Siberia o negli Stati Uniti fracassano i vetri dei palazzi, i violenti uragani in Florida, gli spaventosi incendi in Australia: il male nelle sue situazioni estreme

avviene lontano da noi, “quasi” come se fosse una finzione filmica o narrativa.

E così ci meravigliavamo, ma neanche tanto, all’idea che una metropoli cinese di cui non conoscevamo neanche il nome, ricorresse alla chiusura, anzi, al lockdown, che poi più correttamente sta per confinamento, a causa di un male subdolo, misterioso, che si intrama. Incredibile, pensavamo, milioni di persone confinate in casa propria, senza potere uscire; meno male che certe cose capitano lì e soltanto lì. In questa fase le ripercussioni sul nostro quotidiano sono blande, di scarso impatto emotivo, quasi distratte (effetto distanza associato al terrorismo), e quel “lì” esorcizza ogni paura e la tiene geograficamente ed emotivamente distante. Direi che psicologicamente affrontiamo questa notizia, in questa fase, come un evento esotico. Finchè…qualcosa, episodicamente, comincia a cambiare: una coppia di cinesi in vacanza in Italia si scopre essere positiva a questo virus; questo episodio alza leggermente il nostro livello di attenzione perché l’invisibile, il virus, può sfuggire ai rigidi controlli della lontana città cinese, ma sono, appunto, casi sporadici, fortuiti, che, ci rassicurano, non hanno alcuna conseguenza sul nostro vivere quotidiano (perché, parliamoci chiaro, qualunque fatto sollecita la nostra attenzione se rischia, nel bene o nel male, di alterare il nostro status quo). Le dichiarazioni delle autorità sanitarie e politiche sono sincronizzate sul fatto che l’invisibile non è libero, ma circoscritto dentro lo Spallanzani di Roma. Tutto bene, quindi: se – prima fase – guardavamo i tg che parlavano di Wuhan come un documentario sul rischio di imbatterci in un coccodrillo in Africa, adesso – siamo alla seconda fase – è come se sapessimo che, sì, abbiamo i coccodrilli nella nostra Nazione, ma sono relegati al giardino zoologico; basta non aprirne i cancelli.

Adesso, però, subentra una prima zona di nessuno, in termini psicologici: siamo sicuri che i coccodrilli custoditi allo zoo non abbiano magicamente rilasciato nell’aria uova in un momento in cui il guardiano all’ingresso principale era distratto, forse anche perché non sapeva che dentro lo zoo c’erano i coccodrilli oltre ai panda? È un pensiero fugace, ricacciato dentro dalle rassicurazioni autorevoli di chi è preposto a rilasciare rassicurazioni autorevoli, anche se forse non dice la verità, o la dice solo parzialmente oppure non conosce la verità. In fondo, se ci pensate, quando eravamo piccoli, ai nostri genitori riconoscevamo una sapienza infinita e una comprensione immediata e infallibile dell’intero universo. Poi inizia la scuola e iniziano i primi problemi (soprattutto per i genitori), perché un’altra autorità, in modo progressivo e istituzionalizzato, cioè sancito dalla Legge, accompagnando e inseguendo la crescita di noi bambini, si assume il diritto, almeno in alcuni campi, di saperne di più dei nostri genitori.

Tornando al nostro rapido excursus sulla evoluzione psicologica del nostro vissuto intorno al covid, recepita la rassicurazione paterna sul contenimento dell’invisibile dentro un ospedale superspecializzato (sapete qui dentro quanti altri virus esotici abbiamo?, potrebbero dire gli esperti dello Spallanzani, siamo abituati a maneggiarli senza paura né rischio), abbiamo appena il tempo di infischiarcene del fatto che, in modo casuale, ma certamente connesso alle linee di comunicazione più battute del mondo, cioè i corridoi aerei, anche in altre nazioni ci sono sporadici, isolati casi più o meno simili al nostro, la cui origine è, ovviamente, Wuhan, e il cui vettore è la linea immaginaria che unisce Wuhan a Roma, a Parigi, a Los Angeles e via così.

Sarà sufficiente chiudere le autostrade, le “direttissime”, e il gioco è fatto, pensano, dichiarano e attuano le autorità. È singolare che l’umanità contemporanea abbia “dimenticato” che l’architettura delle reti di comunicazione – siano esse informatiche o di trasporto fisico – hanno le stesse caratteristiche delle reti neurali in cui esiste un numero sterminato di componenti semplici (i neuroni) che non solo sono fittamente interconnessi tramite gli assoni e i dendriti, ma che sono in grado di adattare la loro configurazione e la loro capacità trasmittente e ricevente in risposta agli stimoli esterni. Questa capacità di adattamento è equiparabile ad una forma di apprendimento; ciò vuol dire che se l’oggetto, il pensiero, il virus, il segnale x deve, per propria volontà, per volontà altrui, per volontà divina, o per caso, o per caos, spostarsi da A a B, ha a disposizione una rete pressoché infinita di canali o corridoi alternativi di cui servirsi per arrivare al punto B (a cui seguiranno C, D…Z).

Ritornando al virus e alla distanza, non più fisica ma psicologica che separa noi da lui, questa inizia ad accorciarsi, non essendo più un fenomeno da tg ma assume connotati meno “raccontati” ma più percepiti.

La fase terza, se vogliamo in modo elementare scandire questa trasformazione del nostro vissuto psicologico, la possiamo rintracciare nei due primi focolai italiani, quello di Vo’ Euganeo e quello di Codogno. Per chi non era di quelle zone, è stato, mi servo ancora di un livello lessicale elementare e me ne scuso, come passare dal racconto di un violento temporale fatto in tv, al sentire il rombo dei tuoni o vedere i bagliori dei fulmini in lontananza; o, in termini più duri, è come passare dal reportage sulla guerra al rombo delle bombe sentito in lontananza, che i miei genitori mi raccontavano. È la guerra dietro casa; non ancora in casa, ma vicino. Ma ancora il genitore interno, chiamatelo Super-Io, se volete, oppure no, che comincia a vedere ridotta la propria sapienza e la propria autorevolezza verso i figli, ci dice che, sì, la guerra è vicino casa nostra, ma noi non ne subiremo conseguenze dirette, perché altri genitori hanno circoscritto la guerra in zone chiuse, isolate e sfortunate, dal resto del mondo, più fortunato, anche se con un’apprensione crescente.

A questo punto ci viene in soccorso la nostra componente teatrale, drammatica, artatamente amplificata da chi ci informa, che ci conduce sull’orlo del baratro o dell’inferno: le immagini dei notiziari ci riportavano luoghi che, fino al giorno prima vivevano un ordinario anonimato, ordinario nelle case, negli orizzonti, nelle strade, negli alberi, nelle luci e nelle ombre, nei visi delle persone, che diventavano ad un tratto luoghi magici, luoghi liminali, sospesi, proprio perché al di qua vi era il mondo consueto, fatto della stessa anima di sempre; al di là del confine, invece, era come se la nostra coscienza e la nostra percezione cercassero di cogliere tracce dell’Invisibile in quelle case che non erano più quelle di prima, e così negli orizzonti, nelle strade, negli alberi, nelle luci e nelle ombre, nei visi delle persone. Le telecamere, e noi con loro, con il nostro voyeurismo, scrutano oltre quel limite invisibile, in cerca di un segnale, una vibrazione, una anomalia. È come se quelle strade senza vita, quelle porte sprangate, immerse in un silenzio irreale, in una calma apparente, testimoniassero – proprio con quel silenzio violento e sospeso – la loro intrinseca “malattia”.

Penso a quei temerari che, sfidando il pericolo e attratti dall’Invisibile – in quel caso la radioattività – penetrano nella zona vietata di Chernobyl; oppure penso alla DMZ, la striscia di nessuno che separa il placido, opulento, sano e luminoso Mondo Libero della Corea del Sud dal Regno del Male, dal Buio senza Gioia della Corea del Nord. Potremmo produrre pensieri simili nell’esempio del Muro che divideva le due Germanie e una città: di qui il Bene, la Vita, la Libertà, il colore; di là il Male, la Morte, la Costrizione, il grigio.

Ed infine – ma non so se questo sia il giusto avverbio – la condizione che abbiamo vissuto in modo integrale la scorsa primavera e che, con qualche differenza, molti in Italia stanno vivendo o hanno da poco vissuto questo autunno. Con una aggiunta lessicale, adottata in quelle realtà ove le limitazioni avevano effetto nelle ore più buie, in quelle ore notturne in cui l’umanità ha rivelato da sempre le proprie paure inconsce: il coprifuoco. Forse mai termine fu più maldestramente rievocato: per fortuna è trascorso un tempo sufficiente dalle ultime volte in cui questo termine infelice veniva – lì sì – opportunamente utilizzato; questo tempo sufficiente ha lasciato in vita poche persone che conoscevano e conoscono bene il significato profondo del coprifuoco: significava impedire alle già fioche illuminazioni di quel tempo di guerra di poter essere percepite dall’alto, dai ricognitori e dai bombardieri che avevano bisogno di un involontario segnale luminoso per colpire lì dove c’era vita. Io credo che avere riesumato il termine “coprifuoco” sia, ancora una volta, l’esempio di come questa esperienza abbia colto l’umanità di sorpresa, svelandone il puerile bisogno di catalogare ogni avvenimento legato alla pandemia, attraverso le parole; parole che, spesso, non ci sono o non sono disponibili o non sono ben focalizzate, proprio perché gli eventi attuali sono inauditi. Così, anziché impiegare i mezzi più aggiornati della medicina per inibire gli effetti del virus sull’organismo, noi affrontiamo una “guerra” contro il virus; anziché rimanere in casa nelle ore libere dagli impegni, per non dare e ricevere il virus, siamo in “coprifuoco”. Se ci pensate, adottare questa parola, è come affermare che occorra aumentare il buio intorno a noi affinché l’Invisibile non ci scopra e non ci colpisca, come succedeva durante la guerra: la luce ci rende visibili, ci rende obiettivi ideali per il cecchino, sia esso un fuciliere o un aereo carico di bombe. Dobbiamo stare al buio nelle ore più buie; magari anche parlare a bassa voce, per non renderci più facilmente rintracciabili.

L’inclusione nella “parte oscura”, la parte contaminata, del nostro territorio, delle nostre città, dei nostri luoghi di lavoro, delle nostre strade, dei nostri luoghi di incontro, ha ancora una volta mutato i nostri paradigmi, forse questa volta in modo più duro, drammatico: non siamo più spettatori tangenzialmente interessati: siamo diventati protagonisti di quella attualità che la nostra psiche provava a tenere circoscritta nell’ambito della rappresentazione televisiva. Questa mutazione di prospettiva agisce anche su quel mysterium tremendum et fascinans, secondo una famosa definizione di Rudolf Otto: è attraverso il mistero e nel mistero che l’individuo esperisce il sacro. Ciò che sta avvenendo ha il senso del mistero perché del mistero ha molte caratteristiche: il virus è un oggetto “mostruoso”, in quanto figura portentosa; è invisibile; è a suo modo ubiquitario e, probabilmente, mutante. La sua componente tremenda discende dal timore dettato dalla compromissione del proprio quotidiano e dalla paura di morire (individualmente, socialmente, economicamente) e – soprattutto per la sua componente forse inconscia – l’attribuirgli connotati soprannaturali, o anche divini. Il diverso, l’estremo, come la morte, ha in sé qualcosa di affascinante, perché ci introduce in una dimensione parallela, con caratteristiche e leggi differenti dal nostro sentire quotidiano, e il diverso causa in noi repulsione e attrattiva, paura e curiosità. Il mostruoso atterrisce e attira a sé.

Viviamo in un “eterno presente”, nella sensazione o nella paura che ogni giorno sia uguale al precedente, e che quello che abbiamo perduto, o che ci è stato detto che abbiamo perduto, non tornerà più; come se un sortilegio avesse rallentato o interrotto il consueto scorrere del tempo cui eravamo abituati e su cui avevamo ritagliato i nostri ritmi, i nostri riti e le nostre scansioni quotidiane, forse tranquillizzanti, forse accudenti, ma che a un tratto hanno in parecchi casi svelato la propria vacuità e la propria tendenza ad autoperpetrarsi in modo cieco e, forse, irragionevole.

Il covid ha introdotto nella nostra quotidianità il silenzio, squarciato dal suono delle ambulanze.

L’elemento “suono” ha una sua valenza significativa perché il silenzio “libera” livelli sensoriali, che diventano accessibili ad altre sensazioni, nel bene e nel male. Nel bene perché è possibile percepire suoni fiochi, altrimenti impercettibili; nel male perché espone l’individuo e la comunità a “varchi” sonori inediti, cui la gran parte degli individui non sono abituati né pronti e causano qualcosa di simile alla agorafobia, il cui senso profondo ha subito una mutazione: si è passato dalla paura degli spazi vuoti alla paura degli spazi sonori, in cui molte frequenze scompaiono. Parecchi individui hanno il bisogno di riempirsi di suoni, senza i quali si sentono vulnerabili, esposti a potenziali aggressioni o comunque esposti nelle proprie parti meno nobili: è la paura dello svelamento dell’Ombra; agli altri, ma soprattutto a sé stessi.

È quello che è successo a molte persone che, quasi improvvisamente, hanno perduto la loro parte sociale, che è una parte soprattutto psicologica e fisica. Se per qualcuno questo cambiamento ha lasciato spazio ad una introspezione magari anche proficua e innocua e alla “scoperta” di alcune parti di sé meno appariscenti, nascoste dalla luce abbagliante dei ritmi sostenuti, prescritti e richiesti dalla organizzazione sociale contemporanea, per altri ha liberato energie non controllate che non sono state contenute dal sociale o incanalate nel sociale.

Non potendo più mantenere i ritmi consueti, abbiamo dovuto rallentare in ogni senso: impegni, appuntamenti, attività fisica, spostamenti, incontri, guadagni, ecc.

In questa finestra storica il pensiero è “saturo” di covid, nel senso che ogni pensiero, o buona parte del pensiero degli individui, è rivolto al virus, alle conseguenze e ai cambiamenti cui ci costringe. Altri avvenimenti, che in diversi momenti avrebbero polarizzato l’attenzione degli individui, della società e dei mezzi di comunicazione, trovano poco spazio rispetto alla pervasività oleosa ed invisibile di questo “oggetto” invisibile (vedi gli ultimi attentati avvenuti in Europa, passati quasi in sordina).

Si, la paura è senz’altro presente in questi mesi, ma ciò che si manifesta è soprattutto l’ansia: quella pervasiva, che è la minaccia invisibile, è l’agguato. Più che paura, è uno stato di disagio diffuso, di un pericolo non immediato ma incombente, collocabile ora, domani, o nel futuro; una minaccia da cui difendersi senza ben sapere quando, come e se ci si riuscirà. L’incertezza, o una franca confusione, è lievitata, talvolta priva di controllo, anche a causa di dichiarazioni da parte dell’Autorità (politica, scientifica…) imprecise, contraddittorie, incongruenti, vaghe se non proprio banali, con toni a volte impropriamente rassicuranti o impropriamente angoscianti; probabilmente pervase da ideologie nebulose, interessi economici o tornaconti politici…

Non sappiamo mai se il virus, la malattia, il contagio sono presenti o assenti nella persona che abbiamo davanti, né parrebbe cortese o opportuno chiederlo. Siamo stati disaggregati da persone e luoghi che avevamo scelto o imparato a considerare come nostri riferimenti, “oggetti Sé”, che contribuivano alla nostra omeostasi e alla nostra identità, e siamo rimasti chiusi nelle case, riaggregati nelle famiglie. La presenza familiare e più o meno ripetuta ha l’effetto contenitivo e rassicurante che è stato ben evidenziato nel film “The Truman Show”, in cui il protagonista inizia a intuire di trovarsi in una ir-realtà parallela, distonica, nella quale tutto si ripete uguale a sé stesso affinché l’ignaro protagonista (True-Man) viva, appunto, suo malgrado in un presente eterno.

Questo rallentamento dei consueti ritmi di vita, che può essere psicologicamente percepito come un blocco, una stasi, potrebbe evocare nel nostro inconscio collettivo lo stesso percorso psicologico compiuto da Gea, la madre-terra, in uno dei più famosi miti della creazione: quello in cui l’intervento drammatico di Crono, che è il figlio più piccolo nato dall’amore eterno tra Gea e Urano, pone fine alla innaturale e mortifera immobilità dell’universo, rappresentata dall’infinito amplesso che unisce i due amanti. Gea subisce questa condizione, che è morbosa perché si autoalimenta; Urano impone tale “regola”, “uccidendo” psicologicamente la progenie (relegandola nel Tartaro, cioè privandola della Luce). L’azione efferata di Crono, che evira il padre Urano, spezza il blocco del tempo: Gea può tornare a “respirare”, liberata dall’abbraccio infinito e soffocante di Urano e i figli possono “nascere”, cioè vedere la luce del sole.

È il sistema della ricerca che si attiva, per cercare fuori, nel mondo, una rassicurazione, grazie alla memoria implicita del valore omeostatico delle cure parentali: è un richiamo collettivo alla ricerca di meccanismi di rassicurazione che prevedono, tra l’altro, il bisogno di comunicare l’un l’altro, di continuare a vedersi per rassicurarsi, come è accaduto da balcone a balcone o con le videochiamate. Si è trattato di difese che dal punto di vista analitico chiameremmo di negazione. Ma quando la situazione si protrae nel tempo, quando le rassicurazioni non arrivano chiare e nette, quando l’asse dello stress continua a essere attivato per troppo tempo, è il circuito della sofferenza e della perdita ad attivarsi, oltre quello della paura, ed è tale circuito emozionale a fare i danni più gravi. L’isolamento è già di per sé anti- fisiologico per l’uomo e questo è confermato dai numerosi dati forniti da neuroscienziati.

Quando gli animali e le persone si toccano (via tattile) e creano legami sociali, gli oppioidi cerebrali (endorfine), vengono secreti insieme all’ossitocina, che rinforza il piacere del legame anche tra madre e neonato.

La paura è una emozione indispensabile per gli esseri viventi; è grazie alla paura che l’uomo sopravvive sulla Terra da parecchie decine di migliaia di anni; la paura può spingerci all’azione oppure può paralizzarci (flight or fight – fuggire o lottare); abbiamo una scarica del sistema nervoso simpatico attraverso la quale la midollare del surrene causa una cascata ormonale la cui conseguenza è la secrezione di catecolamine; in particolare, adrenalina e nor-adrenalina. La paura e soprattutto l’angoscia sono stati d’animo la cui origine può essere endogena o esogena. Vivere in un contesto che è percepito come rassicurante e protettivo o, viceversa, come pericoloso e precario, indirizza le reazioni degli individui, sia singolarmente che collettivamente, in un senso o in un altro. La paura è un sentimento che libera energie spesso incontrollabili, che giustificano comportamenti che in altri contesti, periodi storici, ecc., sarebbero altrimenti esecrabili. Corey Robin è un giornalista e docente di scienze politiche americano; nel suo “Paura. La politica del dominio”, edito dalla Università Bocconi nel 2005, evidenzia la potenziale capacità in chi detiene il monopolio dell’informazione di inoculare massivamente la paura negli individui: “risvegliata dalla sua frivola esistenza dal male, si è di fatto di nuovo resa possibile l’azione morale deliberata”… “Convinti del fatto che non avessimo più principi morali a tenerci uniti dopo l’11 Settembre molti commentatori parlarono solo della paura credendo che solo la paura potesse trasformare uomini e donne isolati in un popolo unito”… “Ma il rischio, ad esempio negli Stati Uniti, è stato quello che la paura e il terrore fossero mantenuti vivi, alimentati da gruppi o forze politiche che hanno capitalizzato su questo”.