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Abbiamo cambiato mondo

Già parlare di utopie concrete mi sembra una bella sfida al pensiero comune.

Mi chiedo perché ci si ponga certe domande in particolari periodi della vita dell’umanità e della nostra vita in particolare.

Poi penso alle apparizioni mariane, che si verificano con più frequenza nei momenti di maggior crisi mondiale; questo non per dire che le apparizioni mariane siano solo vaneggiamenti, ma non possiamo ignorare quanto noi, in quanto inconscio individuale e inconscio collettivo, cerchiamo, scopriamo e troviamo nella entità salvifica un motivo di sollievo, di grazia o di protezione.

L’utopia si manifesta sempre come tensione tra il desiderio e la mancanza, tra la spinta verso un altrove redentivo e il rifiuto della condizione attuale. Non è solo una categoria politica o filosofica, ma un’espressione psichica profonda, un’immagine archetipica che attraversa la storia delle civiltà e i moti inconsci delle collettività.

Oggi, secondo l’orientamento politico, ideologico o culturale di ciascuno di noi il futuro lo immaginiamo entusiasmante o terrorizzante.

Ricordiamoci che siamo reduci da una pandemia, che se superficialmente sembra rimossa, inconsciamente, individualmente e collettivamente ha lasciato il segno. L’inconscio si è scoperto vulnerabile e spaventato.

Nel nostro tempo, questa tensione archetipica assume configurazioni inedite. Da un lato, assistiamo a una radicalizzazione dell’utopia regressiva, incarnata dalle nuove forme di populismo, che costruiscono narrazioni mitologiche di restaurazione di un ordine perduto. Dall’altro, vediamo emergere un’utopia escatologica di stampo tecnologico, in cui il progresso non è più solo un miglioramento della condizione umana, ma una sua trasmutazione radicale.

L’utopia politica, nelle sue declinazioni contemporanee, si fonda su un’operazione psichica essenziale: la semplificazione simbolica della complessità. È qui che si inserisce il fenomeno Trump e, più in generale, il populismo come fenomeno psicopolitico. Il populismo è sempre la risposta dell’inconscio collettivo a un trauma, un tentativo di compensazione rispetto a un senso di frammentazione sociale e individuale. Jung, analizzando i fenomeni totalitari del Novecento, aveva già individuato questa dinamica: quando la coscienza collettiva si indebolisce, quando gli individui perdono il senso della propria centralità simbolica, allora emerge la necessità di una figura che incarni un’immagine unitaria, un Ego sovradimensionato che possa fungere da contenitore delle ansie collettive. Trump incarna esattamente questa funzione: la sua politica non è solo un programma, ma un processo simbolico, una narrazione mitica che riattiva l’archetipo del sovrano- guerriero, colui che combatte contro le forze caotiche della decadenza e della corruzione. La sua retorica è intrisa di riferimenti a una purezza originaria da restaurare, un’America che si è smarrita e che deve essere salvata da agenti esterni e interni percepiti come distruttivi. Questa struttura

narrativa funziona perché mobilita elementi profondamente radicati nell’inconscio collettivo: il bisogno di ordine, la paura dell’alterità, il desiderio di appartenenza.

Parallelamente, osserviamo la crescita di un’utopia che si sviluppa su un piano completamente diverso: l’utopia tecnologica, in cui l’umanità non trova più il proprio destino nella storia, ma nella trascendenza dell’umano stesso. Elon Musk è il profeta di questa visione: non promette il ritorno a un passato glorioso, ma l’accesso a un futuro post-umano. Qui l’archetipo in gioco è quello prometeico, il titanismo di chi si oppone ai limiti imposti dalla natura e dal tempo. Ma questa utopia cela un’ambiguità profonda: se l’utopia politica si nutre della paura della disintegrazione identitaria, l’utopia tecnologica alimenta la paura della finitezza umana. L’ossessione per l’intelligenza artificiale, per la colonizzazione di Marte, per l’integrazione uomo-macchina è il riflesso contemporaneo del mito della trascendenza, ma anche dell’angoscia della morte e del limite.

Forse mai come prima, nella storia conosciuta dell’umanità, è indispensabile indagare I legami esistenti tra l’inconscio individuale e l’inconscio collettivo. Le conseguenze sempre più evidenti di un progressivo declino ecologico raccontano uno scollamento paradossale tra un certo concetto di modernizzazione, di progresso e di benessere dell’individuo e della collettività. Bruno Latour, a proposito del nuovo regime climatico, dichiarava drasticamente che “abbiamo cambiato mondo“.

Psicologicamente, stiamo pagando la concezione ottocentesca di una separazione tra natura e cultura: il non-umano (la natura) è ‘utile” ma è estraneo all’uomo. La sensazione è che la parte razionale non sappia più ascoltare l’irrazionale, non sappia più dialogare con gli aspetti inconsci, imprevedibili e “casuali”. Anziché perseguire un percorso individuativo, gli esseri umani hanno imboccato modalità individuali e solipsistiche, rendendoli soli, diffidenti, guardinghi, chiusi nella disperata ricerca di accumulo, ricchezza, espansione, crescita rivolta all’esterno, con la conseguenza che gli aspetti interiori sono ignorati o, ancor peggio, vissuti come dannosi: essere filosofi, sognatori, immaginali, sono diventati fattori distraenti rispetto ad obiettivi misurabili e concreti. Il mondo moderno e il modo con cui gli esseri umani lo concepiscono e lo stanno via via costruendo, sta drammaticamente mutilando la nostra capacità generativa e immaginativa, creando le condizioni per una tragedia globale e individuale.

La modernità è ossessionata dal progresso e dalla guarigione, dalla ricerca di una condizione ideale che possa finalmente liberarci dalla sofferenza. Ma questa tensione produce un effetto collaterale: l’alienazione dal presente, la rimozione del valore della sofferenza come esperienza psichica significativa. La felicità, per Hillman, non può essere un obiettivo esterno, un punto di arrivo posto in un futuro ipotetico. L’errore dell’utopia, sia nella sua forma politica che in quella tecnologica, è proprio questo: trasformare la felicità in una promessa differita, subordinandola a una condizione ideale che, per definizione, non può mai realizzarsi.

In vista di un esaurimento delle risorse (tutto il non-umano), si cerca fuori, oltre, la risoluzione “magica” del problema: il giocattolo si rompe e ne acquistiamo un altro. Diamo per buono che la tecnologia possa estendere a dismisura il nostro campo vitale. Rischiamo di non vivere appieno il

nostro tempo nel qui-e-ora (il Dalai Lama sostiene che i giorni più inutili nella vita di un essere umano sono ieri e domani): il nostro tempo sociale è ossessionato dalla possibilità che qualcosa di più interessante stia accadendo da qualche altra parte e il nostro tempo libero è contaminato dai flussi, dai post e dai messaggi di decine di amici, colleghi, nemici-amici, sconosciuti, tutti dislocati in un altrove. Siamo ovunque e con chiunque ma rischiamo di non essere da nessuna parte e con nessuno. Le promesse che ci giungono dall’uomo più ricco del mondo, alleato, non so per quanto, con l’uomo più potente del mondo, propongono a chi appartiene alla loro parte, una esistenza luminosa e priva di Ombra. Viviamo in un’epoca in cui le promesse di progresso e innovazione sembrano coesistere con profonde divisioni e paure collettive. Da un lato, figure come Elon Musk alimentano visioni utopiche di un futuro tecnologico: colonie su Marte, energie rinnovabili per tutti, e l’idea che l’Intelligenza Artificiale possa risolvere i problemi dell’umanità. Dall’altro, la politica di Donald Trump, con il suo messaggio populista, ha risvegliato archetipi di sicurezza e potere, spesso accompagnati da un’ombra di esclusione e di paura. Senza scadere nella facile ideologia, stiamo passando da una idea di democrazia ad una idea di plutocrazia.

Winston Churchill diceva che la democrazia è la peggiore forma di governo, eccetto quelle sperimentate finora. Io direi che la democrazia è il sistema politico che fallisce meglio degli altri perché quando si “rompe” lo fa nel modo socialmente più sicuro e meno pericoloso possibile. Se intendiamo come dittatura illuminata un sistema politico dove legittimante e legittimato sono lo stesso soggetto, ecco, una forma di governo simile funziona meglio della migliore democrazia rappresentativa, ma quando un sistema di governo autocratico o diversamente democratico fallisce, il danno è enorme e irrecuperabile. La politica ha una sua fisiologica fragilità; ciò che abbiamo bisogno è un governo che sappia ripararsi in caso di frattura.

Serve una forza più trascinante dell’interesse, e un’urgenza che porti al naturale superamento del disaccordo. Questa forza si chiama speranza, e l’urgenza è fornita dalla stessa malattia del populismo. È forse venuto il momento che ci si organizzi, per contribuire ad offrire una alternativa al populismo. Una alternativa di pensiero ma soprattutto una alternativa di anima.

Penso ad una idea moderna di anarchia, conciliando la libertà individuale con le strutture della democrazia partecipativa. Penso ad una etica della libertà e della responsabilità, che significa responsabilità verso la comunità e l’ambiente e ad una giustizia sempre più riparativa. In breve, l’idea è di creare un sistema in cui la democrazia non sia solo un meccanismo elettorale, ma un processo continuo di partecipazione, autodeterminazione e cooperazione, riducendo al minimo le strutture di potere coercitive e promuovendo la libertà e l’uguaglianza. Parlo di libertà interiore, perseguendo sì l’individuazione, ma non trascurando l’inconscio collettivo, un livello della psiche condiviso da tutta l’umanità, che contiene archetipi universali: una trasformazione interiore come un processo rivoluzionario, in cui l’individuo deve confrontarsi con i propri conflitti e le proprie paure, una visione olistica della trasformazione, sia a livello personale che sociale, in cui la libertà individuale e la responsabilità collettiva si intreccino per creare una società più giusta e armoniosa.

Per riassumere, ogni vera democrazia parte da una separazione strutturale della sovranità dalla governance, per assicurare che quando la maggioranza vince, la minoranza non perde.

La malattia è seria. La terapia è urgente. La cura non sarà né facile né rapida. Perciò prima le persone di buona volontà iniziano a fare sul serio, meglio è.

Abbiamo bisogno di equilibrio, indispensabile nella sua precarietà, perché ci permette di contenere la paura. I miti ci insegnano che l’equilibrio è sempre precario. In tempi di guerra, la paura si trasforma. Non è più una esperienza individuale: diventa un fenomeno collettivo. La guerra attiva archetipi potenti, come il Guerriero e il Distruttore. Nella mitologia nordica troviamo l’archetipo del Guerriero rappresentato da Thor, il dio della forza e del coraggio, che combatte per proteggere gli dei e gli uomini dalla avanzata del caos. Questa lotta non è mai definitiva: il banchetto degli dei nel Valhalla rappresenta una gioia temporanea, un momento di festa che prelude al conflitto finale del Ragnarök (Raknaroek). Il mondo che emerge dopo il Ragnarök non è una utopia perfetta, ma un nuovo inizio, un mondo rinnovato, che porta con sé le tracce del conflitto passato.

Il mito di Aci e Galatea racconta una storia d’amore e di distruzione. Aci, un pastore, ama la ninfa Galatea, ma il loro amore è ostacolato dal gigante Polifemo, che rappresenta la forza brutale e possessiva. Quando Polifemo uccide Aci, Galatea trasforma il suo amato in un fiume, simbolo di continuità e trasformazione: l’utopia dell’amore perfetto non può esistere senza il confronto con il dolore e la perdita.

Viviamo in un’epoca caratterizzata da grandi aspirazioni e, allo stesso tempo, da profonde ansie collettive: pensiamo al sogno di un mondo sostenibile e alla paura della crisi climatica; all’ideale di pace globale e al timore dei conflitti armati. Queste tensioni, che sembrano contrapposte, ci portano al cuore della psiche umana: l’utopia come simbolo del desiderio e la paura come riflesso della nostra Ombra.

Jung ci insegna che gli archetipi sono modelli primordiali presenti nell’inconscio collettivo. L’utopia si collega all’archetipo del Puer Aeternus, il giovane eterno, che incarna il desiderio di libertà, possibilità infinite e un mondo migliore. Questo archetipo alimenta le visioni ideali che vediamo oggi, come i movimenti per la giustizia climatica, tecnologica e sociale.

Ma il Puer ha anche il lato oscuro: quando ci lasciamo trascinare da ideali irrealistici, rischiamo di perderci nella fantasia, dimenticando la realtà. Ad esempio, l’utopia tecnologica che promette l’Intelligenza Artificiale come soluzione a tutti i problemi può generare sia speranza che paura, soprattutto se non bilanciamo le promesse con un senso critico.

Ogni utopia porta con sé una paura. In termini junghiani, potremmo dire che l’utopia ha la sua Ombra, l’insieme degli aspetti negati o repressi che emergono con forza compensatoria. Pensiamo alla paura che accompagna le grandi trasformazioni: il cambiamento climatico non è solo una minaccia ambientale ma un simbolo della paura dell’ignoto, un’ansia collettiva per un futuro che sfugge al controllo.

La psicologia analitica ci offre uno spunto importante: la paura non va eliminata, ma compresa. È un segnale dell’inconscio, un richiamo a integrare ciò che è escluso. Se ignoriamo la paura, rischiamo che questa si manifesti in forme più distruttive, come nelle distopie, che rappresentano le utopie fallite: un esempio contemporaneo è la sorveglianza digitale, nata per garantire sicurezza ma degenerata in uno strumento di controllo.

Come individui e collettività, possiamo lavorare per immaginare futuri migliori senza ignorare le lezioni dell’Ombra. Solo così l’utopia può diventare trasformazione, non illusione.

Queste due figure, così diverse, rappresentano forze complementari nel panorama psichico collettivo: Musk incarna il Puer Aeternus, l’archetipo dell’innovazione e dell’utopia; Trump invece richiama l’archetipo del Sovrano e del Guerriero, connesso al bisogno di ordine e protezione, ma anche al pericolo dell’inflazione dell’Ego.

La retorica di Trump ha evocato un senso di appartenenza per alcuni, ma ha anche amplificato il clima di divisione e paura nell’inconscio collettivo. L’esclusione di determinati gruppi e la polarizzazione politica non sono solo fenomeni sociali, ma riflettono uno squilibrio psichico: un Ombra collettiva che proietta su “l’altro” tutto ciò che rifiutiamo di vedere in noi stessi.

Jung ci insegna che l’inconscio lavora per compensazione. Se ci lasciamo guidare solo da utopie irrealistiche, rischiamo di generare una reazione di paura e chiusura. Allo stesso modo, se ci rifugiamo nel populismo e nel controllo, soffochiamo il bisogno di immaginare un futuro migliore. La chiave è integrare questi poli: riconoscere che ogni utopia ha la sua Ombra e che ogni paura può essere trasformata in consapevolezza creativa.

Rischi di scissione psichica: quando utopia e paura non vengono integrate, si generano estremismi.

Le promesse di Elon Musk di un futuro tecnologico perfetto riflettono il rifiuto collettivo delle incertezze e dei limiti umani. L’energia rinnovabile, l’esplorazione spaziale e l’IA sono percepite come soluzioni “magiche,” ma nascondono paure profonde: il senso di impotenza di fronte ai cambiamenti climatici, il timore della fine delle risorse terrestri, e l’ansia per il declino della civiltà.

Dall’altro lato, la retorica populista di Donald Trump canalizza l’Ombra collettiva su bersagli specifici (immigrazione, globalizzazione, élite) proiettando su di essi la responsabilità per i problemi sociali ed economici. Questa dinamica divide il mondo in “noi” e “loro,” creando l’illusione di un ordine ritrovato ma radicato nella paura e nell’esclusione.

Il populismo si associa anche al Guerriero, che protegge il territorio ma può facilmente cadere nella polarizzazione tra amici e nemici. Questo archetipo spiega l’enfasi su battaglie culturali, economiche e politiche, spesso amplificate nei contesti globalizzati.

Per evitare che utopia e populismo si trasformino in polarizzazioni distruttive, è fondamentale affrontare l’Ombra collettiva:

A livello individuale: Lavorare sulle proprie paure, riconoscere i lati nascosti del proprio inconscio e non proiettare sugli altri responsabilità o colpe.

A livello collettivo: Creare spazi di dialogo e riflessione che bilancino le aspirazioni idealistiche con la realtà concreta, evitando di cadere nella retorica divisiva o nell’inflazione archetipica.

Jung diceva: “Non si diventa illuminati immaginando figure di luce, ma portando consapevolezza all’Ombra.”

Siamo tutti, indistintamente, chiamati al dovere. Ha ragione Kant: fare il proprio dovere non è giusto perché serve, è giusto anche se non serve.