Seminario movimento, emozione e l’archetipo del centro
Firenze, 24 aprile 2015
Le chiese iniziarono ad elevarsi
alte verso il cielo.
Nel loro interno i sacerdoti guardano
verso la luce eterna.
Predicano la parola di Dio,
ma molti uomini non riescono più a capirla.
Il cuore non viene più riscaldato.
Le ferite non riescono a guarire.
La solitudine resta.
Non c’è più sacerdotessa che trasmetta il fuoco sacro.
È diventato freddo nella casa di Dio.
Gli uomini cercano invano il fuoco
che li possa riscaldare.
Nel singolo individuo inizia la disperazione.
[Brigitte Jacobs, Trasformazioni e simboli della grande Cipride, in AA.VV., Agathodaimon, La Biblioteca di Vivarium, Italia 2002, p.51].
A volte le idee e le intuizioni, le sensazioni e le emozioni nascono da un elemento nuovo e anomalo, da un “disturbo”.
Tra queste parole, la parola “emozione” condivide la radice con un’altra parola per me altrettanto bella: è la parola “movimento”.
Credo che la Vita sia spesso costellata e attraversata da emozioni e da movimenti. Le emozioni sono le nostre emozioni, sono quelle condivise con i pazienti nella stanza d’analisi, con le persone per noi importanti, attraverso gli incontri con visi e occhi nuovi. I movimenti, invece, possiamo grossolanamente catalogarli in due tipi: ci sono i movimenti trasversali, quelli che ci fanno cambiare lavoro, ci fanno sostituire i vestiti o cambiare città. Ci sono, poi, i movimenti longitudinali, che ci fanno nascere, crescere, imparare, invecchiare, ammalare, guarire, morire e, chissà, forse anche rinascere.
Il libro che con tanto piacere presento oggi qui parla di un viaggio, del Viaggio dell’uomo che, a un certo momento della propria vita, sente, più che comprende, che la terra sulla quale ha vissuto con più o meno sicurezza, il conscio, la coscienza, è solo la minima parte, la superficie di qualcosa di molto più profondo, più complesso, più sconosciuto, ma anche, credo, più affascinante, poiché ci consente, o ci costringe, ad entrare in contatto, a confrontarci con le nostre parti più nascoste, con le nostre Ombre.
La “chiave” di ingresso a questo altro mondo è il celebre romanzo “Viaggio al centro della Terra”, scritto da Jules Verne nel 1864, in cui l’elemento tellurico e le sue trasformazioni sono determinanti per la trama.
A questo punto, per noi Italiani è opportuna, se non indispensabile, una piccola digressione: noi popoli mediterranei abbiamo un problema, o forse un’opportunità in più rispetto ad altri popoli: ogni tanto il sottosuolo, l’inconscio, si fa sentire, fa sentire la sua incessante irrequietezza che si manifesta sotto forma di terremoti, di vulcani attivi, o di isole che emergono e scompaiono nel mare, e per quanto noi ci illudiamo che il nostro Essere, la nostra esistenza, è conclusa nella orizzontalità della superficie, qualcosa, ad un certo momento, si fa sentire e ci fa scoprire la dimensione verticale, che non è più rivolta soltanto verso l’alto, verso il Cielo, ma è diretta verso il nucleo del nostro Essere; James Hillman parlava di una «sensazione che esiste un motivo per cui la mia persona, che è unica e irripetibile, è al mondo, e che esistono cose alle quali mi devo dedicare al di là del quotidiano e che al quotidiano conferiscono la sua ragion d’essere (…)».
Traslando quanto detto finora, il percorso analitico può essere succintamente simboleggiato così: c’è un momento del nostro percorso di vita in cui sentiamo il bisogno di comprendere e di scoprire cosa c’è sotto la superficie della nostra esistenza quotidiana, orizzontale. Questo, nella terminologia della psicologia analitica di Carl Gustav Jung, è il processo di Individuazione, che però ben prima della psicoanalisi moderna venne intuito e ricercato dagli alchimisti. Nella concezione filosofica dell’alchimia il primo stadio del viaggio interiore è quello in cui le forze abbandonano l’individuo – fase della decomposizione, della nigredo, in cui si passa da uno stato individuato ad uno non-individuato; possiamo dire che in questo primo passo l’Io si offre ad una morte iniziatica.
Tale stadio è seguito da quello in cui l’individuo, diretto al centro della terra, al centro del Sé, ritrova le radici della propria soggettività: è la fase dell’albedo, priva di corporeità, secondo gli alchimisti “piena del proprio vuoto”; in tale fase l’individuo, pur essendo un oggetto pieno e presente, prova l’esperienza paradossale dell’assenza e del vuoto. Solo affrontando e superando questo stadio lo spirito può intraprendere la risalita, che sarà un cammino oscuro e pieno di ostacoli, ma che condurrà l’essere umano in alto, verso una Luce rinnovata, verso l’Individuazione. Questa è la fase della rubedo, in cui si ha la materializzazione dello Spirito.
Similmente agli alchimisti, il rabbino Dov Ber (o altrimenti scritto Dov Baer), principale propagatore dello chassidismo, corrente dell’ebraismo fondata nel XVIII secolo, sosteneva: «Occorre pensarsi come un nulla, scordandoci di noi stessi», intendendo con ciò che ogni cosa, ogni pensiero, per trasformarsi deve inoltrarsi nel nulla, rinunciando a sé; soltanto rinunciando a sé stessi e annientandosi si potrà trascendere il tempo: «Chi perviene alla soglia del nulla, scorda la propria persona e assume una mente naturale» [Zolla?].
L’individuo adulto, maturo, o che almeno si prefigge di diventarlo (non è mai troppo tardi!), deve prepararsi all’incontro con i propri punti bui, al confronto con le proprie Ombre, così da dare inizio al processo di Individuazione. La coscienza, d’altronde, che costituisce il nostro vissuto quotidiano, ha bisogno della sua controparte, l’inconscio, e l’una componente non può prescindere dalla sua controparte, poiché è una legge universale: Luce e Buio, Giorno e Notte, Pieno e Vuoto, Maschio e Femmina, Bene e Male… Scendere agli Inferi equivale ad incontrare la morte ed i morti; traducendo ciò che Jung lascia intendere nel “Libro rosso”, occorre venire 2 a patti con i morti per poter continuare a vivere, e come dice James Hillman nel “Lamento dei morti”, libro scritto in forma dialogica con Sonu Shamdasani, “Se si ha un mondo in cui dormire tranquilli, aprire la bocca dei morti diventa tutta un’altra cosa”.
Accontentarsi di vivere solo alla luce del sole, ignorando e disconoscendo le nostre parti meno brillanti, ci espone al rischio di una esistenza monca e priva delle nostre componenti più nucleari, più genuine e più intime che, se non riconosciute e integrate nella nostra esistenza, rischiano di rivoltarsi contro di noi. Però per compiere tale percorso occorre una buona dose di coraggio. Scriveva C. G. Jung: «Chi va verso sé stesso rischia l’incontro con sé stesso. Lo specchio non lusinga; mostra fedelmente ciò che in esso si riflette, e cioè il volto che non esponiamo mai al mondo perché lo veliamo per mezzo della Persona, la maschera dell’attore. Ma dietro la maschera c’è lo specchio da cui il vero volto traspare. È questa la prima prova di coraggio da affrontare sulla via interiore, una prova che basta a far desistere, spaventata, la maggior parte degli uomini. L’incontro con sé stessi è infatti una delle esperienze più sgradevoli, alle quali si sfugge proiettando tutto ciò che è negativo sul mondo che ci circonda. Chi è in condizione di vedere la propria Ombra e di sopportarne la conoscenza ha già assolto una piccola parte del compito: ha per lo meno fatto affiorare l’inconscio personale». Accettare la propria Ombra, riconoscere l’inconscio personale, significa confrontarsi con il senso del limite e del tabù; credo che questo sia l’aspetto paradigmatico del lavoro dell’analisi: la coppia paziente/analista, nella differenziazione di ruoli, aspettative, competenze, desideri, bisogni, ecc., si determina ad affrontare l’incertezza del limite, peras in greco, che è un luogo psichico sul quale l’uomo si è posto nei secoli mille interrogativi sulla sua natura misteriosa ma netta e definitiva. Aristotele, nella Metafisica, definisce il limite come termine estremo di ogni cosa, al di là del quale non si trova nulla della cosa e al di qua del quale si trova tutta la cosa. Per Omero “oltre” è il luogo in cui si situa psyché allorquando abbandona l’uomo quando questi perde i sensi o muore: essa, esalato l’ultimo respiro, raggiunge l’Ade, che è il luogo del non visibile (Á-ides), ove dimorerà come vana ombra, in una condizione di opprimente malinconia. Il sentire religioso, prima di venire rivolto verso il Cielo, eleggeva la sua regione nel sottosuolo, verso gli inferi, da cui sgorgava la vita e dove l’uomo ritornava dopo la morte, alla ricerca della con-centrazione, della memoria e dell’estasi: «Gli uomini muoiono perché non sono capaci di congiungere l’inizio con la fine». Ha una sua consistenza psichica, quindi, sapere che la mitologia primitiva dedicasse tanta attenzione a quei fenomeni geologici più dirompenti e più legati al sottosuolo, come i terremoti e le manifestazioni vulcaniche, che suscitavano (e suscitano ancora) terrore e meraviglia e che sono elementi base del sacro e del soprannaturale, quel soprannaturale che se nelle montagne è universalmente riconosciuto, lo è ancor di più se si tratta di vulcani. Se gli dei abitano le vette delle montagne, nel caso dei vulcani la loro dimora è all’interno, per questo il cratere è considerato l’ingresso nell’altro mondo, il varco da cui pervenire al Centro.
Ci sono alcuni fenomeni, alcuni oggetti psichici con i quali, durante la nostra vita, ci confrontiamo quasi quotidianamente e che con la loro valenza simbolica e archetipica segnano e strutturano il nostro cammino di vita: mi riferisco, per esempio, al buio che, da piccoli, è per noi motivo di paura, di senso di vulnerabilità, ma che contiene una indicibile valenza seduttiva. È nel buio del sottosuolo, nell’inconscio, che ri-cerchiamo le nostre parti meno visibili, a volte, forse, meno gloriose e luminose, le nostre Ombre, ma che sono la nostra parte più prossima al nucleo del nostro Sé, in cui risiedono quelle nostre componenti che, a volte sorprendendoci, guidano silenziosamente e sottilmente le nostre scelte, i nostri incontri, le nostre paure, i nostri desideri, il nostro lavoro, il nostro essere-nel-mondo; ed ecco che al mattino, risvegliandoci, un sogno, un semplice, stupido sogno, ci predispone al buonumore o al cattivo umore o alla ricerca del terno al lotto. Non è storia recente, però: nell’antica Grecia c’erano alcuni sacerdoti, gli “smorfiatori”, seguaci di Asclepio (divinità cui venne consacrata la scienza della medicina), che interpretavano i sogni delle persone: gli incubi, dando vita alla cosiddetta pratica dell’incubazione: la parola deriva da in-cubus, poiché i dormienti, dopo alcuni riti di abluzione e di “pulizia”, si coricavano su pietre di forma quadrata poste al centro di alcuni templi, appunto dedicati ad Esculapio, in latino. Al loro risveglio raccontavano i sogni ai sacerdoti affinché questi li interpretassero, così da dare indicazioni alla persona o, talvolta, all’intera comunità. Per i Romani l’incubus era uno spirito preposto alla custodia di beni preziosi sepolti sottoterra, mentre nel Medioevo l’incubus assunse le sembianze di uno spirito mostruoso che sorprendeva le donne di notte, opprimendone il petto con il proprio peso o abusando di loro. La Pietra quadrata, dunque, aveva una funzione significativa, catalizzatrice. La discesa nel buio del sottosuolo, nel regno del Sogno, nell’inconscio, ci conduce in un luogo psichico privo di temporalità, equiparabile a quello che gli alchimisti definivano vas bene clausum oppure vas hermeticum, cioè un sistema isolato ed ermeticamente chiuso così da proteggere la parte buona e germinatrice del mondo vivente e della psiche. Priva di luce solare, di convenzioni e ritmi sociali, qualunque nozione di tempo può essere dilatata a dismisura o venir ridotta ad una quantità puntiforme.
Proseguendo nel simbolismo geometrico, la ricerca dell’archetipo del Centro è per l’uomo un bisogno primordiale poiché il punto, insieme al cerchio e alla sfera, è una figura “naturale”. La prima immagine che il bambino concepisce di sé è un’immagine rotonda. La figura del cerchio si radica profondamente nella mente proprio perché ha a che fare con il primo apprendimento mentale del sé corporeo e dei suoi confini. Appena il bambino è capace di tracciare sulla carta un segno che vada al di là del semplice scarabocchio, la prima espressione creativa che esegue il bambino è un tondo e questo è il risultato di un lungo processo evolutivo interno e autobiografico. Per approssimarsi al nucleo dell’individuo occorre farlo in modo “ingenuo”, cioè in modo naturale e libero (dal latino ingèenus, che indicava chi era nato nello stesso luogo in cui viveva e che aveva i natali certi, al contrario degli schiavi). Ricercare il Sé in modo ingenuo significa predisporsi ad un viaggio interiore privi di sovrastrutture intellettuali in cui la componente naturale è superiore a quella culturale, ed il motivo è semplice: la ragione ha la necessità di oggettivare a qualunque costo, così da porre una separazione tra sé e l’altro-da sé, tra l’osservatore e l’osservato: per scoprire e conoscere il proprio Sé, invece, occorre “essere Sé”.
Marius Schneider in “Kosmogonie”: «nella coscienza “normale” la natura e la coscienza umana non sono connesse, ma via via che nell’uomo si costituisce una coscienza più intima, il mondo si svela alla consapevolezza profonda come un’unità sovraindividuale, in cui uomo e natura vivono insieme e intrinsecamente fusi. Siccome l’uomo può sperimentare la struttura del cosmo soltanto in se stesso, egli decide la propria struttura dall’essenza della natura». La discesa nel Buio espone all’abbandono di certe abitudini, di certe regole e certe “sicurezze” garantite dalla Luce della superficie, dal chiarore luminoso ed esposto della coscienza e dalla “concretezza” della terra sulla quale viviamo.
Avventurarsi nel Buio, nella regione dell’inconscio, è come offrirsi un nuovo punto di vista, una nuova “possibilità di esistenza” ovvero, in termini religiosi, di una nuova grazia, ma questo viaggio, questa rinuncia, se pur transitoria, della Luce solare, ha insito il rischio della perdita di controllo e della con-fusione del limite: la follia. Questo è un punto fondamentale nella psicoterapia, poiché ripropone il tema essenziale dell’equilibrio e dell’aiuto che il terapeuta deve offrire al paziente affinché egli, essere simbolico e in quanto tale mediatore tra la terra ed il cielo, trovi la propria via, con prudenza ma anche con coraggio, il coraggio necessario a superare quella certa impasse, causa del malessere o del disturbo.
L’incontro tra il paziente e il terapeuta è come una contesa in cui l’apparente equilibrio tra i due viene spezzato dalla domanda che il paziente pone; la dinamica che si instaura è simile alla contesa dello judo; la parola judo è composta dall’ideogramma JU che può essere tradotto con “morbido”; l’ideogramma “DO” raffigura l’allievo accompagnato dal maestro, ma che viene tradotto filosoficamente come “sentiero” o come “via di miglioramento”. Lo judo, quindi, esprime la “via della dolcezza”. L’allievo, il paziente, rivolge la domanda, il “problema”, al terapeuta, al “maestro”, che aspetta l’”attacco”, aspetta la “perturbazione”, il “disturbo”. Il terapeuta non si oppone all’attacco, ma lo accoglie e lo asseconda, per condurlo alla logica conclusione e liberarlo da quella che è, molto probabilmente, una falsa premessa sociale, che rischia di allontanare la persona dal proprio Sé.
Ciò che avviluppa e confonde l’uomo sono, sovente, le norme e le richieste sociali che spesso confliggono con i sentimenti e le istanze individuali. Riteniamo che il compito dello psicoterapeuta sia quello di permettere la riconciliazione tra i dettami che arrivano dalla società e la ricerca della individuazione, salvaguardando così l’integrità della persona. Un aforisma dice che il bravo curatore è colui il quale fa divertire il paziente mentre la natura lo cura. Riprendiamo il filo della metafora di cui ci siamo serviti già prima, il romanzo di Verne: il Viaggio inizia e termina su due isole di origine vulcanica, la fredda Islanda dello Sneffels e il caldo Stromboli. L’isola, psicologicamente, è un ambiente extra-mondano, circondato dall’incessante inquietudine dell’elemento liquido che la avvolge, e per raggiungerla è necessario confrontarsi con l’acqua, che può essere imprevedibile e pericolosa. Non si giunge sull’isola per caso, perché l’isola è una mèta “esatta”, l’isola è genius loci: l’approdo sull’isola è consentito a chi accetta il rischio o dispone di talento per arrivarci, a patto di non cadere nella hybris, nella tracotanza: in termini alchemici, accede sull’isola chi è in grazia di Dio, poiché l’Isola è un témenos. La sacralità dell’isola, ancor più se di origine vulcanica, rende sacro chi vi approda incolume.
Approdare su un’isola significa abbandonare un luogo protetto per affidarsi al mare-utero che la circonda e la contiene, sulla quale, solitamente sul punto sommitale, vi è il cratere, l’omphalos, termine che nell’antichità, oltre che l’ombelico, contraddistingueva una certa pietra cui si attribuisse un significato religioso.
Abbiamo, all’inizio di questo intervento, fatto un breve cenno a proposito della emersione e sommersione di isole, di terre in mezzo al mare; nel Mare Mediterraneo ne abbiamo un esempio assai prossimo e geologicamente recente: è l’Isola di Ferdinandea, al largo di Sciacca, cittadina posta sulla costa meridionale della Sicilia, la cui ultima emersione e scomparsa documentata è del 1831. L’emersione di un’isola ha bisogno dell’intervento di un elemento cardine, fondamentale: ha bisogno del Fuoco, ed è dall’azione combinata tra l’Acqua ed il Fuoco che può materializzarsi l’Isola, la cui permanenza nella regione superficiale e aerea, la cui resistenza, però, dipendono dalla saldezza dei legami che devono resistere al gioco di forze contrapposte esercitate dal Vento, quindi dall’Aria, e soprattutto dall’azione dirompente del mare-inconscio.
La figura geometrica cui può associarsi il fuoco è la piramide; già Platone sosteneva che l’elemento del fuoco è segnato da piramidi e che tra tutte le figure solide esse contenevano i segni propri del fuoco, essendo la loro forma estremamente aguzza e con una base minima; in più, sembra certo che se un corpo organico morto viene posto in un certo punto interno alla piramide, che abbia precise proporzioni, il processo di putrefazione si blocca, consentendone la mummificazione, come se il fuoco interno della piramide ne bruciasse gli umori. Proprio nella piramide sono compresi i due principi specifici di genere, il femminile, il quattro, la base, che segna l’orizzontalità, la terra, l’accoglienza, complementare al principio del tre, maschile, verticale, penetrante come una montagna. I numeri dispari, in Occidente e in Oriente, hanno sempre simboleggiato il maschile, mentre i numeri pari richiamano il femminile: se guardiamo i dogmi cristiano-cattolici, la Trinità ha caratteristiche maschili, a parte alcune rare interpretazioni, e soltanto con l’assunzione della Vergine, sancita nel 1950, e la conseguente costituzione della Quaternità, la Trinità include anche una componente femminile. Grazie all’azione combinata dell’Acqua, del Fuoco e dell’Aria, la Terra, prima dislocata nelle regioni ctonie del Sogno, erompe alla regione superficiale della consapevolezza, mutando il proprio stato da una condizione magmatica, indifferenziata, alla solidità della consistenza della lava emersa, concretizzando l’isola e, psicologicamente, concretizzando la coscienza. Il Vulcano-Isola che emerge, quindi, è il Sé che si manifesta e che si oppone a quella che lo psicoanalista Erich Neumann definiva “gravitazione psichica”, che è la tendenza centripeta dell’Io a ritornare alla originale dislocazione psichica inconscia, ed è ciò che accade all’Isola Ferdinandea la quale, non riuscendo a sviluppare e consolidare i legami necessari alla sua sopravvivenza fuori dall’acqua, viene da quest’ultima disgregata e riassimilata alle regioni sotterranee, all’inconscio.
Se proviamo a fare uno sforzo concettuale, ma anche visivo e iconico, il fuoco, insieme all’acqua, compone uno dei simboli più antichi ed universali dell’uomo: la croce: la linea orizzontale rappresenta l’acqua, il principio femminile, la superficie, la discesa e la profondità, perché l’acqua penetra per gravità attraverso la roccia; il braccio verticale, invece, rappresenta il principio maschile, il fuoco, connesso all’ascesa, all’altezza e alla concentrazione. È nella croce che si concentra la massima energia, è nella intersecazione dei due bracci che vi è il punctum indivisibile, da cui tutto emana e a cui tutto torna. Ogni tentativo di separazione o di categorizzazione ci riconduce naturalmente al Centro, in questo punto indivisibile in cui gli opposti, congiungendosi, coincidono formando l’identità. È dal Centro, inoltre, che ha origine il movimento, che l’uomo rappresenta, passando attraverso la croce, con uno dei più antichi simboli grafici della cultura indo-europea, la swastika, rappresentazione orientale del disco solare, la cui parola sembra derivi da una antica formula di benedizione sanscrita, su asti, e questo è il nucleo del mandala, della cui origine e natura non possiamo trattare in questo articolo.
Il vulcano, il cratere rappresentano il punto sensibile, il luogo di rottura, il portale attraverso cui può avvenire il passaggio, la comunicazione tra il sottosuolo, l’inconscio, e le regioni emerse, la coscienza. Il cratere, bocca sommitale dei vulcani, è il varco d’ingresso al regno di Ade ed è un luogo di trasformazione, di rinascita e di illuminazione; per rimanere nella simbologia associata al cratere, lo possiamo collegare alla coppa sacrificale, che riassume in sé il simbolo di “Centro del Mondo” o “Cuore del mondo”, in cui l’immortalità elegge la propria dimora. Se dal sottosuolo ci spostiamo in alto, scopriamo che grazie alla peculiarità che Mercurio possiede rispetto alle altre divinità, egli è l’unico dio cui è consentito di far compiere alle anime il percorso inverso, sottraendole all’Ade.
Per rimanere in Cielo, invece, al tempo di Platone avvenne un’importante scoperta astronomica. I pianeti – la parola greca significa “stella errante” – erano sempre stati ritenuti corpi celesti che, a differenza degli altri, vagavano senza mèta. Ma un membro dell’Accademia platonica, Filippo di Opunte, osservò che i Pianeti si muovevano attorno alla Terra con rivoluzioni regolari. Nel cielo quindi, regnavano la legge e l’ordine. Venne formulata un’ipotesi non dimostrabile, che tuttavia parve convincente: gli astri erano animati e percorrevano orbite regolari per volontà e giudizio proprio, poiché erano “divinità visibili”. Nel Timeo, e così pure nel Fedro, Platone mise la teoria dell’anima in relazione con gli astri: l’anima proviene dal cielo delle stesse fisse, dalla sfera delle cose eterne; di lì precipita in quella delle cose mutevoli, finché, giunta sulla Terra, entra in un corpo dal quale si libererà dopo la morte, per ascendere nuovamente alle stelle immortali.
In questo breve passaggio inizia ad emergere questo “bisogno” dell’uomo, già testimoniato per esempio da Eraclito (“la via verso l’alto e la via verso il basso sono una sola e la stessa”), di trovare una continuità, una congiunzione tra il sottosuolo, la Terra ed il Cielo. Molte popolazioni, tra cui i Persiani, credevano che il cielo fosse di pietra e usavano per i concetti di “cielo” e “pietra” lo stesso termine, ásman. C’è una parola greca, akmon, che ha la stessa origine e significa tanto “Cielo” quanto “incudine di pietra”. I frammenti di meteore cadute sulla Terra indussero i primi uomini a credere che il cielo fosse di pietra. Ecco il motivo per cui gli antichi immaginavano l’universo come una gigantesca caverna e, di conseguenza, le grotte in cui si riunivano, per esempio, i seguaci di Mithra e dove eseguivano i loro riti venivano considerate come riproduzioni del cosmo.
A questo punto crediamo di potere ipotizzare che il Viaggio al centro della Terra rappresenti il desiderio dell’Uomo di ritorno al centro originale e primordiale; è quello che nella letteratura alchemica viene definito come “regressus ad uterum”, ed è proprio un mare-utero quello che i tre esploratori del “Viaggio al centro della Terra” troveranno alla fine del loro viaggio sotterraneo.
Scrive Jung: «Nel mito dell’eroe, lo scopo della discesa è caratterizzato universalmente dal fatto che in quella zona pericolosa (acque profonde, caverna, bosco, isola, rocca ecc.) si trova il ‘tesoro difficile da raggiungere’ (gioiello, vergine, elisir di vita, vittoria sulla morte ecc.). Il timore e la resistenza che ogni uomo naturale prova quando scava troppo a fondo in sé stesso, sono in ultima analisi la paura del viaggio nell’Ade. Se si provasse soltanto resistenza, la cosa non sarebbe così grave. In realtà però da quello sfondo psichico, dunque proprio da quello spazio oscuro, ignoto, emana un’attrazione, una fascinazione, che minaccia di diventare tanto più travolgente quanto più a fondo si penetra».
Il vas, l’antro costituito dal cratere da cui è possibile accedere a Chthon, però, è anche una caverna: la caverna, come tutti gli oggetti archetipici, è naturalmente ambivalente: è un luogo di cambiamento, ed il cambiamento richiede un luogo ritirato, precluso ai non iniziati e protetto dalla luce esterna. È un luogo di sepoltura, che sancisce la fine dell’esistenza, ma anche luogo di iniziazione e di nascita (in una caverna o in una grotta sono nati Gesù, Zeus e Mithra, o possiamo anche ricordare l’avventura di Giona).
Proviamo adesso a fare un piccolo esercizio grafico: dalla sovrapposizione tra la rappresentazione grafica della caverna e quella della montagna si forma il simbolo detto “Sigillo di Salomone”, la cui figura, piena di parecchi rimandi simbolici, e che è anche, ma non solo, un simbolo di origini ebraiche, condensa il significato di macrocosmo: il triangolo con la punta in alto, che è simbolo di Aria e Fuoco, è il principio maschile, quello con la punta in basso, simbolo di Acqua e Terra, è il principio femminile. L’esagramma così formato e circoscritto forma il Principio Divino, l’essere androgino, il perfetto equilibrio. Una stretta deriva di tale Principio la ritroviamo in botanica, dove troviamo una pianta, la convallaria polygonatum, detta appunto “Sigillo di Salomone”, le cui radici vengono utilizzate nella magia bianca, disposte ai quattro angoli per proteggere la casa da qualunque influsso maligno.
Al di là della volontà diretta del cimentarsi alla scoperta dell’inconscio, crediamo che occorra assecondare questa sorta di “attrazione gravitazionale”, vivendola come opportunità, anziché subirla: l’opportunità di scoprire e ri-conoscere sé stessi, servendosi anche dell’immagine che non per caso possiamo associare al concetto di “idea”, poiché “idea” e “immagine” hanno la stessa origine etimologica, eidos e eideo, che nella lingua greca vuol dire “vedere”. Da qui deriva anche la parola latina “video” ed il termine greco eidolon, idolo, che sta anch’esso per immagine.
L’aspetto più frequentemente proposto o celebrato di quella che viene definita come “condizione postmoderna” è il suo affidarsi all’immagine di superficie. Nella cultura contemporanea siamo circondati da un veloce scorrere di immagini che si affastellano in un susseguirsi di notiziari, pubblicità e telefilm in cui non è più chiaro se quell’immagine appartenga alla cosiddetta “realtà” oppure no, in una confusione semantica e iconica che richiede una corretta collocazione spazio-temporale, una traduzione e una interpretazione, fino al corto circuito, al paradosso in cui, secondo una ricerca, si è scoperto che fino circa agli 11 anni i bambini non sono pienamente consapevoli che le immagini e i messaggi verbali delle pubblicità sono costruiti per indurci all’acquisto di quei prodotti. Che vita e che realtà rappresentano, allora, le pubblicità secondo i bambini?
Se, in tema di immagine, prendiamo ad esempio l’immagine fotografica, questa predomina nella determinazione della realtà soprattutto per la psiche urbana contemporanea. Ciò è tanto vero che quelle immagini che iniziano come rappresentazione della realtà finiscono per essere delle rappresentazioni senza alcuna “realtà” dietro di esse. Secondo il filosofo e sociologo francese Jean Baudrillard l’immagine, nella concezione postmoderna, può sintetizzarsi in quattro stadi:
Il primo dice:
L’immagine è il rispecchiamento di una realtà più profonda
L’immagine maschera e snatura una realtà più profonda
L’immagine maschera l’assenza di una realtà più profonda
L’immagine non ha alcuna relazione con la realtà: è il suo mero simulacro, intendendo per simulacro un’apparenza, un’immagine che, contrariamente all’icona, non rinvia ad alcuna realtà sottogiacente.
Ecco, allora, qual è la sfida o l’opportunità che riteniamo possano essere contenute in un percorso di ricerca verso il Centro, verso il Sé: la possibilità di “gettare uno sguardo” oltre l’apparenza superficiale, che rischia di non rinviare ad alcuna realtà sottogiacente e di confinarci nell’illusione che “sia tutto qui”, aprendo, a chi vuole, una serie di interrogativi, uno dei quali potrebbe essere il seguente: “quel mondo, il mondo inconscio di ognuno di noi, esisteva prima della nostra scoperta, è aprioristico, oppure si sostanzia soltanto a seguito della nostra indagine che chiamiamo psicoanalisi”?
Questo dilemma accomuna, oltre chi scrive, anche altri pensatori: fu Michelangelo, ad esempio, a ritenere che il compito dello scultore fosse quello di permettere l’emersione di una forma già preesistente nel blocco di marmo che la conteneva.
La vita, l’esistenza, è ben altro di una serie di modelli comportamentali più o meno collaudati – da altri – ai quali illuderci di ispirarci e sulle cui impronte reiterare qualcosa di già fatto e che non è altro che una coazione a ripetere quello che prima qualcuno di noi ha già fatto, detto, visto e pensato. L’unicità del nostro Essere, invece, ce la testimonia continuamente il nostro inconscio con i lapsus, con le premonizioni, con le dimenticanze, oppure con i sogni, che ogni volta, ad ogni età, in ogni cultura, non smettono mai di impaurirci, ispirarci, meravigliarci con la loro originalità assurda e assoluta.
Perché, allora, questo senso di raccapriccio che emerge nei racconti di Sirene o nei sogni di Sirene, che non è mai un raccapriccio puro ma è quasi sempre condito, accompagnato da una componente incoffessabilmente attraente? Perché questo disagio? La mia interpretazione è che proprio la prossimità fisica, oltre che psichica, a questi esseri dis-umani – ma non troppo – ci faccia sentire una certa comunanza, una certa affinità che, in molti sogni, si traduce in un terrore ben maggiore rispetto a, diciamo, un incontro con un mostro-mostro. L’incontro con la Sirena, ma anche con il Centauro, le Chimere, ci costringe ad accettare le nostre parti sommerse, non umane o non ancora umane, svelandoci quanto possa essere fragile la distanza che separa la ragione, la logica e la piena coscienza con le nostre Ombre, i nostri istinti, le nostre animalità.
Per concludere, vorrei che il punto di vista insito in questo breve articolo fosse interpretato come un’occasione per provare a cambiare prospettiva, a cambiare le lenti con cui guardiamo il mondo in cui viviamo, per divenire anche noi “mondo”, osando, se è il caso, anche scelte meno conservative e più sacre, sia per noi, sia per l’universo. C’è una storiella giapponese che parla di un contadino che, tutto solo, coltivava il suo campo sulla collina sovrastante il villaggio in cui viveva; ad un tratto, guardando il mare all’orizzonte, si accorse che una enorme onda di tsunami si avvicinava velocemente al villaggio. Il contadino è sconvolto da quello che sta per succedere; senza perdere tempo, fa qualcosa di apparentemente assurdo e apparentemente antisociale: dà fuoco a tutti i campi vicini al suo. Gli altri contadini si precipitano dal villaggio per salvare il proprio raccolto, ma soltanto dopo comprendono che, con quel gesto apparentemente criminoso, il contadino ha salvato loro la vita.
Crediamo che questo brevissimo racconto contenga parte del significato del “viaggio” verso il Centro del nostro Sé che, se compiuto con consapevolezza, è un’occasione per provare a vedere le cose, la vita, la nostra esistenza, in modo puro e ingenuo, anche se non necessariamente naif, in un percorso solo apparentemente circolare, proprio come accade ai viaggiatori del “Viaggio al centro della terra” di Jules Verne e come viene mirabilmente 9 riassunto in un aforisma alchemico: «per chi non è sulla strada della conoscenza, un albero è solo un albero, per chi è nel cammino, un albero cessa di essere un albero, per chi ha raggiunto la conoscenza, un albero ritorna ad essere un albero».
BIBLIOGRAFIA:
– Aristotle, Metaphysics (Sioux Falls, SD: NuVision Publications, 2005).
– Baudrillard Jean, Simulacres et simulation (Paris: Ed. Galilée, 1981).
– Buccola Gaetano Roberto, Forme del centro (Palermo: Nuova IPSA, 2013).
– Hillman James, The Soul’s Code: In Search of Character and Calling (New York: Random House, 1996).
– Jacobs Brigitte, Trasformazioni e simboli della grande Cipride, in AA.VV., Agathodaimon (Milano: La Biblioteca di Vivarium, 2002).
– Jung Carl Gustav, Collected Works, vol.9, The Archetypes and the Collective Unconscious (Princeton, NJ: University Press, 1969).
– Jung, C. G., Collected Works, vol.12, Psychology and Alchemy, 2nd edition (London: Routledge, 1980. [Ed. italiana, Psicologia e alchimia, vol.12 (Torino: Bollati Boringhieri, 1992), pp.322 e segg.
– Jung Carl Gustav, Collected Works, vol.14, Misterium coniunctionis (Princeton, NJ: University Press, 1977); (edizione italiana: Torino: Bollati Boringhieri, 1989), p.51.
– Neumann Erich, The Origins and History of Consciousness (Princeton, NJ: University Press, 1954).
– Platone, Tutte le opere (Roma: Newton Compton Editore, 2010).
– Schneersohn Dobh Baer, Tract on Ecstasy: Dobh Baer of Lubavitch (London: Mitchell Valentine & Company, 2006).
– Schneider Marius, Kosmogonie in: Jahrbuch für musikalische Volks- und Völkerkunde, Band 14, 1989, S. 9–51.
– Verne Jules, A Journey to the Center of the Earth (New York, Signet Classics, 2003).
– Zolla Elémire, La filosofia perenne (Milano, Arnoldo Mondadori Editore: 1999).
– Jules Verne, A Journey to the Center of the Earth. The 1871 translation. Signet Classics, U.S.A., 2003
– James Hillman, The Soul’s Code: In Search of Character and Calling, Random House, U.S.A., 1996.
– Dobh Baer Schneersohn, Tract on Ecstasy: Dobh Baer of Lubavitch, Mitchell Valentine & Company, U.K. 2006.
– Elémire Zolla, La filosofia perenne, Arnoldo Mondadori Editore, Italia 1999, p.11.
– Carl Gustav Jung, Collected Works, vol.9, The Archetypes and the Collective Unconscious, Princeton University Press, U.S.A. 1969.
– Confronta Aristotle, Metaphysics, NuVision Publications, U.S.A. 2005.
– Forster E.S., The Works of Aristotle, vol. VII, Problemata, Oxford at the Clarendon Press, 1927.
– Carl Gustav Jung, Collected Works, vol.14. Misterium coniunctionis, U.S.A. 1970 [Ed. italiana, 1989, p.51].
– Marius Schneider, Kosmogonie. in: Jahrbuch für musikalische Volks- und Völkerkunde, Band 14, 1989, S. 9–51.
La parola témenos, di origine greca, che significa “recinto sacro”, deriva da un’altra parola greca, témno, affine ad un antico termine indoeuropeo, tem-lo, che significa “tagliare”, da cui il latino templum. Il témenos, pertanto, era un luogo, una porzione di terreno “tagliata”, riservata alla costruzione di edifici sacri o destinata, in generale, a celebrazioni religiose (cfr. a proposito anche Gaetano Roberto Buccola, Forme del Centro, Nuova IPSA, Italia 2013).
– Cfr. Erich Neumann, The Origins and History of Consciousness, Princeton University Press, U.S.A.,1954.
– C. G. Jung, Collected Works, vol.12, Psychology and Alchemy, 2nd edition, Routledge, London, 1980. [Ed. italiana, vol.12, Psicologia e alchimia, Bollati Boringhieri, Torino, 1944 1992, pp.322 e segg.].
– Cfr. HYPERLINK “http://it.wikipedia.org/wiki/Jean_Baudrillard” \o “Jean Baudrillard” Jean Baudrillard, Simulacres et simulation, Ed. Galilée, France 1981.

