Presentazione del libro “l’azione malata”
Sciacca, 7 settembre 2019
L’idea del male non è sempre stata contrapposta a quella del bene, nel senso che, fino ad un certo periodo storico, male e bene non erano enti contrapposti, ma il male era relegato nella condizione della privatio boni, cioè il Male era mancanza di Bene.
Ci volle del tempo prima di riconoscere che il Male e il Bene avevano reciprocamente “bisogno” l’uno dell’altro e che, ovviamente, il Male aveva sì qualità oggettive e “assolute” (penso all’Olocausto della II Guerra Mondiale o agli attentati terroristici perpetrati in alcune città europee e che avvengono quotidianamente in Medio Oriente), ma il Male era ed è anche, forse soprattutto, un percetto personale, intimo, ed anche la percezione dello stesso Male nella stessa persona subisce delle variazioni nel tempo e nel contesto in cui ci troviamo a vivere. Penso allo strano cortocircuito in cui molti di noi, sicuramente io, incappiamo quando vediamo le drammatiche immagini dei salvataggi dei migranti nel Canale di Sicilia: io, ma probabilmente anche altre persone, prova un senso di fratellanza nei confronti di individui che sono vittime del Male, che a volte è la guerra, altre volte la carestia, altre volte ancora una convenienza politica o economica, ecc.
Non so voi, ma quelle immagini drammatiche mi fanno apparire quelle persone che lottano per non morire come eroi, Eroi con la E maiuscola: il viaggio, la prova iniziatica, la rinuncia, la sofferenza, la fame, la sete, il rischio di morire, il coraggio, la lontananza, il naufragio, sono tutti elementi che contraddistinguono la figura dell’eroe e che lo rendono un personaggio epico, mitico; è un essere superiore, che si ammanta di un’aura per certi versi sacra. Ebbene, io vi confesso la mia vergogna, quando penso al fastidio che provo quando, per le vie della mia città, incontro quello stesso eroe che bighellona senza mèta chiedendo l’elemosina. Ho davanti a me un eroe, e provo fastidio! C’è qualcosa che non mi torna. Se prima quella persona era vittima del Male ed io provavo solidarietà, empatia e ammirazione, schierandomi dalla sua parte contro il male, adesso il male ha cambiato residenza, ha cambiato baricentro. Adesso quello stesso individuo sta compromettendo una mia idea di società e questo mi confonde parecchio. Forse la distanza gioca un ruolo fondamentale nella mia percezione del male, del bene e della loro dislocazione.
Credo che da questo banale esempio, se è veramente banale, possiamo fare una prima riflessione: l’arrivo e la presenza di queste persone nella nostra terra, la convivenza tra noi e loro sta ribaltando l’idea dell’”altro”, del diverso e dello straniero che si è sedimentata in noi: noi, la nostra anima, il nostro inconscio collettivo, non hanno dimenticato, anzi, hanno ben conservato la memoria di un passato colonialista in cui il contatto con il forestiero, l’”uomo delle foreste”, avveniva per nostra scelta, nelle loro terre, con il chiaro intento predatorio o semplicemente espansionistico e in una condizione di totale superiorità tecnologica, bellica e ideologica. Non c’era confronto; noi eravamo realmente superiori e potevamo, quindi, imporre costumi, credo religiosi, regole sociali, e se, ad un certo punto, decidevamo di non avere più contatto con queste popolazioni, andavamo via, come quando facciamo la visita al 1 giardino zoologico e all’ora di chiusura torniamo nel tepore delle nostre case e delle nostre città, guardando le foto che abbiamo appena scattato.
Adesso qualcosa si è rotto o, almeno, ha variato il proprio flusso: sono “loro” a venire nelle nostre terre, a “costringerci” alla convivenza con, in più, la pretesa di aver riconosciuti eguali diritti. Non c’è alcuna ironia in quello che dico, ma sto tentando di svolgere una analisi psicologica, anche per provare a spiegare una delle principali cause del terrorismo europeo, traendo alcune conclusioni che forse, per qualcuno, potranno essere sorprendenti, spiazzanti o fastidiose.
Cosa è “questo” terrorismo, un Male assoluto perché colpisce ciecamente persone ignare e innocenti? Oggi noi abbiamo, con tutte le differenze che ci sono tra le varie nazioni europee, una presenza stanziale di extracomunitari, che se da noi è giunta alla seconda o terza generazione, in altre nazioni come la Francia, il Belgio o la Germania, è giunta alla quarta o quinta generazione. Prima ho nominato l’inconscio collettivo, che è quella parte preponderante del nostro inconscio che trascende il singolo individuo; per spiegarmi meglio, ogni individuo ha, oltre alla parte cosciente, un inconscio personale in cui confluiscono ricordi personali rimossi, esperienze dimenticate, visi, numeri di telefono caduti nell’oblio, ecc. C’è poi una componente, appunto l’inconscio collettivo, che è molto più estesa della nostra memoria individuale, in cui vi sono i ricordi di intere civiltà, di avvenimenti antichissimi, di residui mnestici universali che formano una memoria comune all’intero genere umano. Non voglio annoiarvi con esempi tediosi ma ci sono parecchie testimonianze che suffragano l’esistenza dell’inconscio collettivo, che è l’inconscio dell’umanità e che si estende orizzontalmente e verticalmente, attraversando decine e decine di generazioni precedenti la nostra: l’esistenza della forma piramidale nell’edilizia sacra che troviamo in civiltà tra loro distantissime, il simbolo della croce che ritroviamo in varie epoche e in varie parti del mondo, diverse forme di pensiero simili in culture lontane l’una dall’altra, moltissimi sogni che contengono elementi comuni a popolazioni distanti nel tempo e nello spazio, ecc.
Ebbene, ricordiamoci che la quasi totalità degli individui che hanno perpetrato azioni terroristiche soprattutto in Europa è nata e cresciuta qui; hanno studiato, si sono formati, hanno conosciuto e spesso condiviso usi e costumi del paese in cui sono nati, ma con una condizione che, se non “curata”, in alcuni casi rischia di accendere una miccia pericolosa: sono persone che non hanno alcun legame psicologico con la terra d’origine dei loro avi ma che, inconsciamente, continuano a vivere il luogo in cui sono nati come luogo “non loro”, come una terra straniera: sono psicologicamente apolidi, cioè senza patria. I loro genitori, i loro nonni, diversamente da loro hanno mantenuto un contatto intimo, oltre che fisico, con la patria d’origine, che li ha riconosciuti come loro figli. I “nuovi” terroristi sono psicologicamente privi di terra su cui sentirsi a casa, quindi riconosciuti e protetti. L’inconscio non perde nulla, non dimentica nulla; immaginate che questi giovani nati nelle nostre città portano un enorme fardello costituito dalle memorie individuali e collettive dei loro avi, che parlano di colonizzazione, di vessazioni, di violenze, di paura, di sottrazione, ecc. L’ultima generazione di persone le cui radici sono lontane da qui è depositaria di un fardello di violenze subite, di “perdita del padre”, di strappi e di una generale percezione di angherie che non hanno trovato sbocco negli anni e che adesso trovano il terminale nell’attuale generazione “di mezzo”, a livello psicologico “non più” appartenenti ad un luogo ma contemporaneamente “non ancora” di un 2 altro. L’organizzazione occidentale è a suo modo protezionistica, nel senso che rende estremamente difficile l’attuazione dell’ascensore sociale, se non in casi sporadici. La realtà più diffusa è l’emarginazione anche fisica (le banlieus, i quartieri-dormitorio, ecc.), oltre che sociale.
Ma perché allora, qualcuno dirà, non si è verificato nulla di tragico in Italia, o almeno non ancora? La società italiana, rispetto a quelle centroeuropee, è meno rigida, se utilizziamo un eufemismo, è più fluida, nel bene e nel male, forse è anche più tollerante, almeno fino ad oggi, e una integrazione, pur se superficiale, è più possibile. Sia chiaro che è una integrazione molto parziale, nel senso che, fatta salva ogni eccezione, l’integrazione avviene più facilmente con le frange della popolazione culturalmente e socialmente più “periferiche”. Questo non ci preserva dal rischio di azioni terroristiche nel nostro territorio; la sola presenza del Vaticano può essere un fattore di innesco.
La cosiddetta società occidentale è “malata” in senso letterale; la paura dello straniero, la paura economica, l’anonimato, il gigantismo, sono tutti fatti psicologici che portano le persone ad isolarsi sempre più l’una dall’altra; gli individui, anziché perseguire la strada della individuazione, si rifugiano in un impaurito individualismo e la religione, le religioni, oltre ad essere sempre più mondane e sempre meno trascendentali, non riescono più, o ci riescono solo a fatica, a dare “conforto”, cioè a dare forza attraverso il gruppo, la comunità. Lo svuotamento dei luoghi di culto corrisponde alla ricerca di mille “religioni personali”; la frase di uso comune “io sono credente ma a modo mio” è emblematica ma anche preoccupante, perché la religione deve la sua forza e la sua capacità trasformativa alla componente ritualistica collettiva. Mi servo di un paragone irriverente; la diffusione di mezzi come Netflix o Sky consentono la visione di film a casa propria, ma “impediscono” alle persone di agire il rito collettivo del recarsi fisicamente al cinematografo dove trovare altre persone che hanno un medesimo obiettivo. La condivisione del film insieme a persone sconosciute e conosciute permette la circolazione di emozioni e di “proiezioni”: in una sala cinematografica noi “cediamo” stati d’animo ma ne riceviamo altri. La partecipazione collettiva al rito della messa, per esempio, permette ai partecipanti di trascendere la realtà fisica, consentendo loro di inoltrarsi in un luogo che è reso sacro anche perché ogni partecipante immette la propria anima e il proprio “esser dio” in quel luogo; ecco perché i luoghi di culto sono “consacrati”, c’è sempre la particella “con” che ne sottolinea l’aspetto partecipativo.
Cosa c’entra tutto questo con il Male? Il Male è una componente irrinunciabile dell’esistenza; vorremmo tutti il Bene assoluto, incorruttibile, ma la luce emerge dal buio che emerge dalla luce e così è per il bene e per il male; l’aspetto pernicioso che contraddistingue l’atteggiamento individuale e collettivo della psiche occidentale è avere anestetizzato il male, dandoci l’illusione di averlo sterilizzato; ma è proprio così che il Male rischia di avvelenare mortalmente i nostri corpi e le nostre anime. Il Male è apparentemente fuori, nascosto; si muore in ospedale e in certi casi il defunto viene depositato in appositi luoghi, in attesa del funerale; si invecchia nelle case di riposo per risparmiarci la visione del decadimento e dell’appassimento della vita, ma tutto ciò racconta di una negazione del Male, che rischia di diventare una componente illusoriamente esterna della vita. Chi conosce la storia del Buddha sa che la consapevolezza dell’esistenza del male fu per Buddha l’inizio della strada per l’illuminazione, ma se leggerete la brillante e ispirata postfazione contenuta nel libro, che è opera di un mio carissimo amico, uno 3 dei più noti psicologi accademici islandesi, comprenderete quanto sia importante non sotterrare il male per non rischiare che il male si inoculi nei germogli delle piante “buone” e le avveleni, e se questo lo scrive un abitante della nazione più pacifica del mondo (ci sono studi che lo confermano), qualche pensiero in tal senso dovremmo pur farlo.
Negare il male o peggio ancora proiettarlo sul prossimo, perché il male lo possiedono gli altri, non certo io, è un atto magico. È un po’ come chiudere gli occhi in una stanza buia, così da non vedere il buio intorno a noi, ma la nostra psiche, quella individuale e quella collettiva, è intrisa di atti magici; dalla preghiera, alla invocazione, agli atti scaramantici (scendo dal letto con il piede destro, saluto le pecore per strada sperando di ricevere soldi, esprimo un desiderio per ogni stella cadente o mi accorgo che mancano le file 13 e 17 negli ipertecnologici aeroplani…) fino alla banalissima e diffusissima dichiarazione di “Buongiorno” o “Buonanotte”, sono tutti auspici, sono formule magiche di cui non sempre abbiamo consapevolezza, ma che ci aiutano inconsapevolmente ad affrontare i fantasmi di quel mondo sconosciuto che la civiltà post tecnologica sta tentando di uccidere, uccidendo anche la parte d’anima che è parte fondamentale del nostro Essere. Queste migrazioni di massa cui stiamo assistendo sono a mio parere pericolose; non lo sono perché “portano” il terrorismo, poiché il terrorismo oltre a non viaggiare sui barconi, alberga dentro di noi, è già dentro di noi, per ciò che abbiamo detto prima. Sono pericolose perché rischiano, nel tempo, di ridurre sempre più l’idea della differenza, e senza differenza l’individuo rischia di smarrire l’identità. L’umanità, la vita ha bisogno di differenze, di separazioni; la mamma che partorisce il proprio bimbo costituisce con lui una unità inscindibile, ma appena il bimbo “comprende” di essere individuo e, di conseguenza, percepisce l’esistenza di un “altro-da-Sé” (il seno, il viso, il cibo, il mondo), quella unità “deve” scindersi, pena la morte fisica e psicologica dei due individui. Accettare il Male come componente irrinunciabile della vita, al pari del Bene, equivale ad accettare l’idea dello spazio che separa le persone, rendendole differenti e uniche, e del tempo, che fa nascere, crescere, vivere, trasformare, ammalare, invecchiare e morire, per poi rinascere, con forme ed energie forse differenti e con una consapevolezza sempre più strutturata.

