La guerra in Ucraina – una analisi psicologica
Ci si è ostinati a considerare il Mondo come un’unica realtà da normalizzare o, a seconda dei punti di vista e del conseguente lessico utilizzato, come un unico Mercato Globalizzato.
Oggi, in piena guerra in territorio europeo dopo 77 anni[1], che significa che 4-5 generazioni sono nate dopo la fine dell’ultimo conflitto mondiale, abbiamo la condivisibile fretta di trovare una soluzione – o più soluzioni – per giungere ad una tregua, un cessate il fuoco o qualunque intesa o accomodamento utili a fermare morte e distruzione materiale e morale. Una ridda di proposte di intervento nel conflitto si è levata a livello di governanti e di opinione pubblica. Tra tutte, però, sembrano emergere in modo preponderante l’esigenza e l’opportunità (morali, economiche e politiche) di intervenire immediatamente e in modo più o meno in-diretto in favore dell’Ucraina, con azioni di armamento dell’esercito ucraino, di una organizzazione logistica internazionale per la gestione degli enormi flussi di profughi e decisioni drastiche sul piano economico. Trovandoci al cospetto di un evento acuto e drammatico, però, la prima cosa da fare è intervenire per ridurre le sofferenze e i danni immediati, ancor prima di riconoscerne le cause: se sono afflitto da un grave dolore, la prima e improcrastinabile azione è la cessazione o la riduzione del dolore; poi, analizzerò la sua o le sue origini affinché non si ripresenti. Ciò non esime, però, dal porsi interrogativi sulle cause che hanno esitato gli avvenimenti tragici di queste settimane, senza con questo voler “assolvere” una azione francamente aggressiva di una nazione contro un’altra.
Non mi avventuro in analisi economiche, politiche o geopolitiche, sulle quali non mi sento esperto ed evito di farlo, limitandomi agli ambiti in cui ho forse qualche competenza; lo preciso perché in presenza di avvenimenti critici, tragici, globali o emotivamente forti, è difficile per molte persone resistere alla tentazione di ergersi ad esperti in materia. Questo atteggiamento può riguardare materie tragiche come l’attuale, ma anche fatti meno o affatto cruenti “invitano” o costringono tutti o quasi tutti a prendere una posizione più o meno informata, dal calcio, alla politica, alla medicina. Questo è psicologicamente significativo, perché rivela un bisogno o una tendenza, spesso inconsapevole, di situarsi in una posizione circa-polarizzata, virata verso una posizione, un’idea, ecc., che si oppongono ad un’altra posizione, un’altra idea, ecc. Tale posizione, prescindendo dalle reali competenze o informazioni dell’individuo, accoglie il pensiero “forte” o più diffuso o, viceversa, lo contesta, a seconda che si cerchi una generale condivisione e identificazione, oppure si voglia assumere un ruolo “contro”, proprio perché originale, impopolare, esotico, minoritario o generalmente “scomodo”. La presa di posizione a favore o contro una delle parti spinge a evidenziare gli estremi delle parti in causa, per una spesso inconsapevole ricerca della “ragione” assoluta, alla ricerca delle “anime belle” o del male infinito: nello specifico della attuale crisi di cui parliamo, la narrativa corrente vuole un aggressore enormemente più forte sul piano militare e ciecamente violento, opposto all’aggredito debole e succube della protervia del nemico, ma che rivela uno spirito patriottico senza eguali, fatto di eroismo e valori civili affini allo spirito occidentale, contrapposti alla protervia impermeabile del Nemico, chiuso nella corazza d’acciaio dei grigi mezzi blindati (anche questo aspetto rientra nella logica degli estremi), salvo lo svelamento della innocenza dei prigionieri di guerra, spesso poco più che adolescenti, smarriti e ignari degli scopi per cui sono stati ingaggiati dai loro Capi e di cui sono anch’essi vittime sacrificali.
Preciso che la mia analisi psicologica non cerca dati oggettivi “sul campo”, ma mira a rilevare come il nostro bisogno di sentirci “dalla giusta parte” ci richieda di estrarre selettivamente quei dati che suffraghino il desiderio rassicurante sulla esistenza di un Bene (in cui ci sentiamo di appartenere) nettamente separato dal Male. Questo, sia chiaro, non vuole relativizzare o banalizzare l’orrore, la pena e lo sconforto provati nella visione di gente comune, indifesa, simile e vicina a noi, sottoposta a enormi sofferenze fisiche e psicologiche[2].
Questo è un aspetto non trascurabile della breve analisi che faccio, perché rivela un bisogno innato dell’uomo a situarsi in un ipotetico punto che ci faccia sentire insieme autocentrati e riconosciuti da chi condivide il nostro pensiero. Il riconoscimento non è solo una conseguenza della contiguità di pensiero con una parte di individui, ma anche della differenza con un altro o con altri gruppi di individui e con altre idee.
Questa breve, ma spero coerente digressione, mi serve per introdurre il tema attuale in cui ci stiamo trovando coinvolti: un conflitto bellico, ancora, per nostra fortuna, in forma periferica per noi Italiani. Tra le varie analisi più o meno informate che si leggono in questi giorni c’è l’azzardato esercizio di sovrapposizione tra la figura di Adolf Hitler e quella di Vladimir Putin. Al di là degli scenari storici, economici e politici profondamente differenti che intercorrono tra l’epoca attuale e gli scenari precedenti la seconda guerra mondiale, è difficile se non improbabile trovare attinenze e affinità tra i due personaggi. Non voglio affrontare in questo breve articolo una analisi psicologica e caratterologica di Hitler e Putin; mi limito a sottolineare la differenza nucleare che li separa, essendo l’Austriaco-tedesco, molto sinteticamente, una maschera tragica, scevra da qualunque interesse mondano, contrariamente al Russo il quale, secondo varie indiscrezioni più o meno fondate, avrebbe accumulato ingenti fortune economiche, diversificate in varie parti del mondo interno ed esterno alla sua patria. In entrambi gli attori, però, potrebbero rivelarsi aspetti mistici, di chi porta su di sé un compito affidato dal Destino. Non mi addentro in analisi psicologiche, caratterologiche o psicopatologiche di Hitler o Putin, che esulerebbe dagli obiettivi limitati dell’articolo; mi limito a inferire che, sovente, l’assunzione di ruoli di enorme potere su grandi masse di persone porta con sé il rischio della negazione della realtà, ciò acuito dall’isolamento fisico di certi leader dalla vita comune e dalla immensa responsabilità morale accentrata su un unico individuo, con l’altrettanto grave rischio della distorsione della realtà. Questa costellazione può portare al non riconoscimento del presente e della realtà, nonché alla anticipazione visionaria e utopica di un futuro non ancora scritto. Il pericolo di una deriva mistica, in questo caso, può sfociare in derive psicopatologiche.
Esistono, però, altri aspetti che potrebbero indurci a rilevare alcuni tratti parzialmente sovrapponibili tra i due periodi storici: secondo la narrativa più diffusa, entrambe le Nazioni, la Germania degli anni ’30 e la Russia attuale, sembra che abbiano vissuto (la Germania), vivano (la Russia) e conseguentemente abbiano sofferto e soffrano una condizione di “assedio”, sia essa di natura economica o geopolitica, se non psicologica, tutto ciò esacerbato da un passato percepito come glorioso e mitico. Per soffermarci sulla condizione della Russia, il pensiero apparentemente più preponderante, che è, naturalmente, quello propagandato da chi la governa (ma ciò vale per tutte le parti), narra una condizione di sofferenza psicologica attivata dal “ricordo” di un passato imperiale (più che sovietico, quindi!). Le vicende storiche che hanno condotto e ridotto la Russia alle attuali condizioni di confini e di rapporti economici con l’esterno avrebbero esacerbato uno strisciante risentimento del Russo (mi scuso per la ipersemplificazione), misto a forme di vergogna e inferiorità, incubati nel corso dei decenni trascorsi.
Il 24 febbraio 2022 ci si è svegliati con le notizie sulla guerra di aggressione appena innescata dalla Russia di Putin contro lo Stato dell’Ucraina. Un coro quasi unanime di condanna si è levato dall’intero Pianeta; il cosiddetto Occidente[3] si è sentito tradito dalla protervia e dall’acting out di Putin, sui cui progetti definitivi si rincorrono rivoli di ipotesi che vanno dal “semplice” rovesciamento dell’attuale governo ucraino (etichettato dalla Russia come “nazista”, quindi “nemico” dello stesso popolo ucraino, fratello di quello russo), fino a mire egemoniche a più vasto raggio, che coinvolgerebbero, oltre che l’Ucraina, anche le Repubbliche baltiche e parte degli ex stati-satellite della Unione Sovietica, fino a giungere a Nazioni idealmente e culturalmente antitetiche alla Russia come Finlandia e Svezia.
L’Occidente Democratico si è trovato sorpreso e spiazzato da questo “salto” drammatico; alcune velate minacce e vari segnali anticipatori sono stati ricondotti a già viste innocue scaramucce diplomatiche, che in passato defluirono in pantomime spettacolari ma fondamentalmente prive di gravi conseguenze, eccetto timidi tentativi di embargo, in molti casi disinvoltamente aggirati. È da qui in poi che vorrei contribuire in modo più specificamente psicologico. Per quanto la Russia sia una comprimaria pienamente inserita nel sistema globale del commercio, degli scambi economici e di un “ordine” mondiale, l’”errore” o il fraintendimento perpetuato e perpetrato dall’”Occidente” è stato quello di includere la Russia in un sistema di pensiero “nostro” e unico, ignorandone o relativizzandone una psiche costitutivamente differente dalla nostra per storia, visione del mondo e per collocazione geografica: probabilmente l’attribuzione di status di semplice Nazione ad una entità che si autopercepisce oltre il concetto di Stato (e conseguentemente vuole essere riconosciuta dal resto del mondo come più che uno Stato) è un fattore di rischio in termini di individuazione collettiva.
Questi avvenimenti, che in queste settimane sono sfociati in concreti atti di guerra, per quanto siano stati vissuti da noi “Occidentali” come azioni ostili, hanno avuto l’impatto simile a quello di un “tradimento” da parte di un nostro pari contro quelli che, erroneamente, sono percepiti come provenienti da un “alleato” più o meno paritario, rivelatosi improvvisamente infedele e imperscrutabile nelle sue intenzioni non dette.
Sostengo che l’errore di lettura del contesto attuale e pregresso risieda in questo “malinteso”: l’idea perniciosa, secondo la mia lettura, che ha formato il pensiero globalizzante entro cui tutte le culture, tutte le nazionalità, tutte le latitudini, tutti i sistemi di governo ricadono in un pensiero comune, con sole lievi variazioni marginali, quindi trascurabili. La Russia, così come altri Stati, non è l’Europa, non è l’America, non è “l’Occidente”. Per noi, la Russia del 2022 che aggredisce l’Ucraina, e Putin che ne rappresenta e simboleggia il vertice decisionale e psicologico, è l’Ombra non riconosciuta come tale, ma falsamente inglobata nella coscienza (la cosiddetta “Democrazia”). Proviamo a tracciare una chiave di lettura, azzardando una metafora speculativa, cioè associando il concetto di coscienza all’idea di Democrazia, e quello junghiano di Ombra alla autocrazia putiniana. Se assumiamo il concetto di Ombra come componente fondante dell’inconscio e consideriamo quest’ultimo come antinomico rispetto al conscio, è come se la parte dell’umanità cui genericamente noi “Occidentali” apparteniamo si fosse imperiosamente attribuita il compito di inglobare le componenti d’Ombra del proprio Sé, asservendole e assimilandole all’area della coscienza, in un pericoloso e illusorio esercizio di “normalizzazione psichica”.
Per la Psicologia Analitica il concetto di Ombra indica l’altro lato della personalità. Per quanto ogni soggetto “disponga” della propria Ombra e possa riconoscerla come propria (questo, per inciso, è uno dei compiti della psicoanalisi), è essenziale che essa resti in un certo senso “fuori” dalla sua sfera conscia, mantenendo, così, questa antinomia psichica che consente una dinamica interna all’individuo, fatta di polarità energetiche. Ciò che, in questa fase, attribuisco al singolo individuo, può essere applicato alla situazione cui stiamo assistendo mentre scrivo: la “ragione” imperante, il conscio, (l’”Occidente”) ha, in particolare nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale e soprattutto dopo il dissolvimento della galassia sovietica, progressivamente mutato i rapporti con la controparte, in una confusa pretesa di confronto paritario con una forma di pensiero analoga alla propria; ciò, è facile pensare, per un agognato tornaconto commerciale, territoriale, economico, politico, ecc., ma che sembra rivelare una difficoltà nella interpretazione dei tempi attuali. In particolare, scrive Massimo Cacciari, «‘Il sacrale centro della terra’, che era l’Europa, non sembra in grado di ‘inventare’ nuove istituzioni capaci di dar forma ai nuovi rapporti economici e ai nuovi conflitti che ne derivano. È sul punto di tramontare quella forma del katéchon[4] rappresentata dallo Stato, ma, al suo posto, non appaiono che espressioni di romanticismo politico, nostalgie liberali di neutralizzazione e de-politicizzazione, oppure occasionali, patetici tentativi di richiamare in vita idee di ‘guerra giusta’» (Massimo Cacciari, Geofilosofia dell’Europa, p.126, 1994).
L’identificazione della Russia con l’Ombra, per quanto possa sembrare fuorviante o abnorme, poggia sulla considerazione che l’assimilazione “forzata” nel conscio di una componente psichica, per sua natura inconscia, rischia di privare l’organismo (nella mia analisi per organismo intendo l’intera umanità) di una complementarietà valoriale, energetica, ecc. Concretamente, il rapporto di forze contrastanti, per quanto possa, ad una prima analisi, apparire negativo, consente di confrontarsi con l’”altra parte” in modo sì conflittuale – per differenze di linguaggio, ideologia, cultura, fini, tradizioni, aspettative, ecc. – ma reciprocamente consapevole e paradossalmente più rispettoso e aperto al “diverso”, che non equivale ad “inferiore”. In funzione di una pretesa uguaglianza, in cui i valori-guida sono pre-stabiliti dal conscio, che è la parte apparentemente egemone, il rischio psichico – con le sue derivazioni planetarie – è il viraggio verso una uniformità di pensiero che azzera i contrasti, le differenze e le peculiarità in ragione di un pensiero dominante, che fagocita ogni manifestazione psichica difforme.
L’esistenza dell’Ombra è un fatto naturale; negarne l’esistenza (spesso proiettandola) e i suoi effetti rischia di innescare pericolosi effetti di squilibrio nella armonia dell’individuo e, per analogia, nell’armonia dell’organismo-Terra. Diceva Jung: «Ognuno di noi è seguito da un’ombra, e meno questa è incorporata nella vita conscia dell’individuo, tanto più e nera e densa (…). Essa è continuamente a contatto con altri interessi, cosicché è costantemente soggetta a modificazioni. Ma se è rimossa e isolata dalla coscienza, essa non viene mai corretta. Sussiste allora inoltre il pericolo che in un momento di disattenzione essa erompa improvvisamente. In ogni caso essa resta un inciampo inconscio che fa naufragare i tentativi meglio intesi. Noi portiamo con noi il nostro passato, cioè l’uomo primitivo e inferiore con le sue bramosie e le sue emozioni, ed è soltanto con uno sforzo considerevole che possiamo liberarci da questo peso. Giunti ad una nevrosi abbiamo da fare invariabilmente con un’ombra considerevolmente intensificata. E per guarire è necessario cercare in quale modo la personalità cosciente e l’ombra possano mai convivere» (C.G. Jung, Psicologia e religione, p.82, 1938-40).
Per fugare ogni dubbio sul senso da dare al concetto di Ombra, non intendo in alcun modo attribuire ad essa connotati negativi o inferiori, ma ne voglio sottolineare gli aspetti psicologici diversi e per certi versi più prossimi all’anima istintuale dell’uomo, meno depurati dagli influssi a volte nefasti della cosiddetta “civiltà”, che ci ha sempre più allontanati dalle nostre caratteristiche più istintive e animali. La mia non è una apologia dell’uomo primitivo, esposto agli istinti e alla legge della giungla; ciò che intendo, invece, è il riconoscimento e l’accettazione di queste parti. Se manca questo riconoscimento, il rischio è il cortocircuito cui stiamo assistendo in questi tempi.
Scrive ancora Jung: «L’uomo sa assumersi la responsabilità di cose incredibili, purché esse abbiano un senso per lui. Ma la difficoltà sta nel creare questo senso. (…). Se le tendenze dell’ombra, che vengono rimosse, non rappresentassero altro che il male, non esisterebbe alcun problema. Ma l’ombra rappresenta solo qualcosa di inferiore, primitivo, inadatto e goffo e non è male in senso assoluto (il corsivo è mio). Essa comprende fra l’altro delle qualità inferiori, infantili e primitive, che in un certo senso renderebbero l’esistenza umana più vivace e bella; ma urtano contro regole consacrate dalla tradizione (…). Non vi è quasi, oggidì, paese civilizzato dove gli strati inferiori della popolazione non si trovino in uno stato d’inquietudine per conflitti d’opinioni. In parecchie nazioni europee tale inquietudine sta invadendo gli strati superiori. Questo stato di cose mostra il nostro problema psicologico in scala ingrandita. In quanto le collettività sono soltanto somme d’individui, i loro problemi sono essi pure somme di problemi individuali (…). Tali problemi non si risolvono mai né giuridicamente né artificiosamente. Essi possono risolversi soltanto attraverso una trasformazione generale dell’atteggiamento. E questa trasformazione non ha inizio con la propaganda e con le adunate di massa, o magari con la violenza. Essa ha inizio dalla trasformazione dei singoli. Si esplicherà in un mutarsi delle loro preferenze e antipatie personali, della loro visione della vita e dei suoi valori, e soltanto la somma delle trasformazioni individuali condurrà a una soluzione collettiva» (id., pp.84-85).
Una tendenza potenzialmente pericolosa del genere umano è l’omologazione di sistemi di pensiero alieni ai propri, nella narcisistica convinzione che il nostro stile di vita con tutte le sue declinazioni è il migliore per chiunque, prescindendo, così, da tradizioni, desideri, organizzazioni sociali, sistemi religiosi e ideologici differenti dai nostri, sviluppati in secoli e secoli di cammino. Tale tendenza, ovviamente, è facilitata nel caso in cui le “forze” in campo sono squilibrate; lo scenario attuale del mondo vede, appunto, una preponderante egemonia dei sistemi democratici “occidentali”, che dispongono di leve di potenza soverchiante (economia, tecnologia, potenza militare, ecc.). Ecco, quindi, perché abbiamo assistito (se non partecipato anche idealmente) all’espansione pacifica o al dilagare, spesso violento o almeno contraddittorio, della nostra organizzazione sociale, politica, economica, ecc., ritenendo che la democrazia sia lo strumento di governo e convivenza ideale per chiunque, anche a costo di esportarla come un qualunque manufatto o sistema tecnologico!
A ciò potremmo aggiungere l’idea, di altissimo livello etico ma spesso di scarsa attuazione nel mondo materiale, secondo cui il Sentimento eticamente più prezioso e sublime – l’Amore – potrebbe costituire il maggior deterrente al drammatico passaggio all’atto della guerra, in un pericoloso e fuorviante gioco degli opposti psichici: l’amore come antidoto alla guerra, ovvero l’amore come il contrario della guerra; in questo, James Hillman ci ha messo in guardia: «Si potrebbe pensare che la ripugnanza causata delle devastazioni della guerra e insieme la compassione per le vittime, le vedove e gli orfani freneranno lo slancio fallace alla guerra, che Afrodite, dea dell’amore restia alla battaglia, esiterà sulla soglia. Ma questa conclusione è una volta ancora un pensare per opposti, un cercare un antidoto alla guerra nell’amore. No, non è l’amore la soluzione. L’amore non è una strategia, non può essere decretato per legge (…). C’è un’idea nebulosa di amore che tende a candeggiare lo spirito in un bagno di innocenza. L’amore diventa un rimedio un rimedio buono per tutto che ti toglie dai guai e ti garantisce il lieto fine. L’amore come salvazione. Un simile amore non è che una paroletta facile, che riempie la bocca e mantiene semplice la mente, senza mordente e senza nerbo» (James Hillman, Un terribile amore per la guerra, pp.254-255, ed. or. 2004).
Confermo il mio intento di astenermi da velleitarie (almeno per me) analisi politico- economiche approfondite, sulle quali altri potranno esprimersi più compiutamente e con maggiore cognizione, ma l’ostinazione democratico-centrica con cui l’”Occidente” ha imbastito ogni relazione con quegli Stati di matrici psicologiche differenti dalle nostre ha innescato un “malinteso” sul confronto con il diverso, illusoriamente ricondotto ad una semplice variante del mondo come noi lo intendiamo e interpretiamo. Affinché i rapporti tra individui, tra gruppi, tra nazioni, rimangano efficaci, funzionali e “naturali”, è necessario che le differenze reciproche permangano e l’accettazione della nostra Ombra come archetipo dell’individuo e dell’umanità consenta un dialogo con le nostre parti più nascoste e inconsce.
L’Ombra ha una vitalità autonoma, che è il negativo (l’opposto) di ogni individuo e si serve di “codici” psicologici differenti dallo stato di coscienza, le cui decisioni e azioni possono essere poco comprensibili o in alcuni casi violente nella loro istintualità. L’Ombra, però, può restituirci aspetti poetici, artistici, mitologici o fantastici, che evocano alla nostra coscienza un fascino profondo e potente, proprio perché provengono dalle parti più nascoste e più lontane dalla coscienza (l’ammirazione che nutriamo per l’arte russa, fatta di narrativa, musica e pittura sublimi non è, forse, un fatto casuale). Il tentativo di assoggettamento, allora, rischia di illudere la parte conscia di potere, nel tempo, “addomesticare” l’inconscio alle dinamiche consce, dando al celebre detto freudiano “Wo Es war, soll Ich werden”[5] il senso di un epitaffio alla nostra natura non-conscia.
Parecchi analisti hanno ricondotto le ragioni che hanno spinto Putin al riconoscimento della regione del Donbass prima, e senza soluzione di continuità alla guerra in Ucraina, più che ad una ricostituzione della smembrata Unione Sovietica, alla restaurazione del più antico Impero Russo, che ricadrebbe in quella che Putin ha definito come una “sfera d’influenza”; ben oltre, quindi, le necessità razionali dettate dalla storia recente, ma una immersione nella Storia e nella Ideologia. Così si esprimeva Napoleone Bonaparte già nel 1812: «È alla ideologia, a questa tenebrosa metafisica che ricercando con sottigliezza le cause originarie, vuole su tali basi fondare la legislazione dei popoli in luogo di adattare le leggi alla conoscenza del cuore dell’uomo e alle lezioni della storia, che vanno attribuiti tutti i mali che ha provato la nostra bella Francia».
Credo che, azzardando una lettura psicoanalitica, avere condotto i rapporti, le alleanze, ma anche i conflitti, nell’alveo delle logiche dei trattati commerciali, ha privato le relazioni “Occidente”-Russia degli aspetti simbolici e di riconoscimento di quelle parti inconsce che attingono al passato, alle angosce, ai bisogni individuali e collettivi che, sovente, superano le mere necessità materiali. Sinteticamente, ipotizzo che il “dialogo” est-ovest si sia interrotto (o, forse più correttamente, abbia drammaticamente cambiato strumenti), fermandosi ad un livello psicologico superficiale, “traducendo” i simboli reciproci in meri segni distintivi, razionali e forse “utili” per le parti, ma con il risultato più profondo che, ignorando i segnali mandati dall’inconscio, proprio e altrui, l’inconscio stesso ha proseguito il proprio percorso, che è per natura distonico rispetto agli obiettivi politico-economici delle innumerevoli parti in causa.
Cito ancora Cacciari: «Il collasso per linee interne della Grande Macchina si accompagna alla sua crisi per la formidabile pressione ‘universalistica’ del mercato mondiale. L’economia internazionale si ‘libera’ del diritto inter-statale europeo, fondato sull’esistenza di Stati effettivamente sovrani (…). Il linguaggio vittorioso dell’economia e della tecnica esige un unico spazio, un unico concetto di spazio, come forma a priori, ‘libera’ da ogni differenza di luogo» (Cacciari, cit., p.126).
La forza della tecnica, squilibrata in favore dell’asse USA-Europa, diviene fattore strategico e di pressione politico-militare, sia per le sanzioni imposte, sia per l’ostentazione bellica, la quale, finchè rimarrà nell’alveo “rassicurante” degli armamenti “convenzionali”, sarà assimilabile ad una forma di pensiero analogica, frammentata, parcellizzata e, a modo suo, modulata e modulabile. Il temuto “salto” ad un conflitto di tipo atomico avrebbe le caratteristiche digitali del tipo “on-off”, cioè prive di sfumature operative e soprattutto di pensiero: nell’immagine psichica radicata nel timore di un conflitto nucleare non vi sono spazi intermedi o negoziali.
Tutti perderebbero tutto, prima di tutto la vita e una idea di mondo fino ad oggi vissuta come fondamentalmente salda e progettuale. Si manifesta, allora, sempre secondo Cacciari,
«l’affermazione del ‘duellante’ in grado di rappresentare tale immagine del mondo nel modo più coerente, più economico. Non si è trattato di lotta tra vecchio e nuovo, né sostanzialmente tra ideologie incompatibili, poiché la prassi e le decisioni politiche di entrambe le potenze manifestavano lo stesso tramonto dello Stato sovrano europeo, la crisi irreversibile dei suoi istituti e delle sue forme di rappresentanza, la medesima volontà di imporsi-sovrapporsi alle nationes. La tendenza fondamentale all’unità dominava nel processo stesso della guerra fredda. Fu essenzialmente una durissima lotta per stabilire quale potenza avrebbe guidato l’epoca globale, che era il fine e il valore di entrambe» (Cacciari, cit., p.128).
L’ultima nota di questo articolo vorrei dedicarla a diverse considerazioni che hanno sottolineato la differenza di interesse e coinvolgimento, in primis emotivo, verso la contesa russo- ucraina rispetto ad altri scenari di guerra (Afghanistan, Iraq, Siria, Yemen, Mali…), ovviamente “in favore” della crisi ucraina. Credo che, ancora una volta, l’idea di attivazione psicologica polarizzata (cioè emotivamente sbilanciata verso le situazioni di crisi più prossime ai nostri abituali luoghi di vita, anziché un atteggiamento di uniforme vicinanza verso tutte le vittime di guerre, persecuzioni, ecc., nel mondo), nasconda un malinteso senso di compassione universale indifferenziata che, se pur presente, risente di una vicinanza psicologica, oltre che geografica, che turba la nostra psiche in misura maggiore via via che lo scenario si approssimi alle nostre case, ai nostri cari, alle nostre vite e ai nostri sistemi sociali. Il conflitto in Ucraina è percepito da molti di noi come se avvenisse dietro le cinta murarie della nostra città. Al di là delle ripercussioni più o meno indirette che ne subiamo e che temiamo di subire più direttamente (poteva succedere a noi!), la violazione della pax europea è inconsciamente percepita come la rottura di un tabù. La tragedia della seconda guerra mondiale ha inculcato nella psiche dell’Europeo la convinzione di una specie di “memoria vaccinale” che avrebbe dovuto definitivamente proteggerci da qualunque idea di conflitto o contrasto tra Stati, da affrontare con le armi (la crisi balcanica – 1991-2001– potremmo includerla in uno scenario “interno” alla ex-Jugoslavia, mentre l’attuale conflitto è vissuto e raccontato come una franca guerra di invasione). Infine, un fattore non secondario che rende tendenzialmente più sensibili i popoli europei verso gli Ucraini può essere la percepita affinità culturale e valoriale (forse anche fisiognomica) che sentiamo di cogliere, nonché dagli intensi scambi di varia natura che intercorrono tra noi, i nostri consueti spazi di vita con i luoghi della guerra e le persone direttamente coinvolte.
La psicoanalisi deve provare ad accogliere le ansie, i dubbi e le paure che la guerra evoca; la guerra, scrive Hillman, «rimarrà per sempre lontana perché il significato della guerra trascende l’assemblaggio dei suoi dati e la spiegazione causale. Questa amara conclusione promuove una convinzione infausta: poiché non può essere spiegata, la guerra non può essere compresa» (Hillman, id., p.23).
La guerra è un evento consustanziale all’umanità; nonostante il ricordo – diretto o raccontato – di tragici avvenimenti bellici del passato di cui i nostri Padri sono stati insieme testimoni e attori, sembra che la guerra appartenga alla natura di ognuno di noi: «La guerra appartiene alla nostra anima come verità archetipica del cosmo. È un’opera umana e un orrore inumano, e un amore che nessun’altro amore è riuscito a vincere» (Hillman, id., p.259).
Nonostante le grida di aiuto, nonostante l’orrore, nonostante la pena, la guerra si ripresenta ed emerge dagli anfratti più fetidi della nostra anima e ci restituisce i nostri limiti, sintetizzati da un antico detto cinese secondo il quale un individuo passa all’azione fisica quando non ha più nulla da dire.
[1] Della crisi balcanica ne farò cenno più avanti.
[2] È esemplare l’iniziativa del Parlamento ucraino volta a sensibilizzare i governi europei ad un intervento più concreto a difesa della Ucraina: è un video ambientato a Parigi, che si apre come una normale “cartolina” di viaggio, ma che improvvisamente si trasforma in un devastante bombardamento aereo della Capitale francese: https://youtu.be/2Dc-P1669Vo.
[3] L’utilizzo virgolettato del termine “Occidente” ha un semplice significato geopolitico, determinato da una tradizione filosofica che vede l’Occidente assimilato al mondo greco, romano, cristiano e illuministico. Nella realtà, molti territori geograficamente più “occidentali” di altri sono comunque accomunati all’altra parte del mondo (l’”Oriente”).
[4] Κατέχων, katéchon, è un concetto tratto dalla Teologia di San Paolo, con cui si intende colui che trattiene il male e si erge come diga che si oppone all’Anticristo. Vedi in proposito Roberto Esposito, «Due – La macchina della teologia politica e il posto del pensiero» (Einaudi, 2013).
[5] “Dove era l’Es, deve subentrare l’Io”.
Bibliografia
- Cacciari, M. (1994) Geofilosofia dell’Europa, Adelphi, Milano.
- Esposito, R. (2013) Due – La macchina della teologia politica e il posto del pensiero, Einaudi, Torino.
- Hillman, James (2005), Un terribile amore per la guerra, Adelphi, Milano.
- Jung, C.G. (1992), Psicologia e religione, vol.11, Bollati Boringhieri, Milano.

