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Brevi note sulle dipendenze patologiche

Cosa induce le persone a sviluppare delle dipendenze?

La dipendenza è una componente da sempre presente nell’umanità. Si è passati da dipendenze materiali, da sostanze fisiche (le più classiche e diffuse sono l’alcol o le droghe). Siamo profondamente immersi in una società tecnica, che fa della velocità e della immaterialità i propri totem. Pensate, uno per tutti, come è cambiata, per esempio, la fruizione della musica: dal supporto fisico, che aveva una sua importanza fisica, visiva, tattile oltre che acustica, che si è sempre più ridotto, dal vinile, al cd, all’ipod, fino alle piattaforme virtuali che sono fatte insieme di immaterialità e di disponibilità ASSOLUTA.

L’organizzazione sociale contemporanea fa della immaterialità un precetto prioritario; sapete, per esempio, che le organizzazioni occidentali stanno sempre più spingendo verso la riduzione della circolazione del denaro fisico in favore della moneta virtuale. Se lo scopo palese di questa scelta ha un significato razionale, perché la tracciabilità del denaro dovrebbe diminuire i flussi illeciti, da un punto di vista psicologico e meno evidente questo è un cambiamento enorme perché ci priva del senso dell’oggetto, cioè della sua materialità e quindi, conseguentemente, del possesso dell’oggetto o dell’assenza dell’oggetto.

Tra le dipendenze senza sostanza ci sono il gioco d’azzardo, le dipendenze da TV o da internet, le dipendenze affettive o della sfera sessuale, lo shopping compulsivo ovviamente via internet, ma anche forme di dipendenza diversa come, per esempio, l’eccesso di attività fisica.

Molto spesso le dipendenze, sia quelle materiali che quelle non materiali, nascono in modo subdolo, quasi casuale; le cause sono estremamente variegate ed è impossibile individuare “il” motivo che ha causato la o le dipendenze, perché quasi mai vi è una concatenazione causa effetto tra motivo originario e comportamenti conseguenti. Possono certamente concorrere fattori biologici, ma i fattori psicosociali e ambientali hanno un’alta capacità di attivare fenomeni di dipendenza. Per fattori psicosociali e ambientali intendo, ad esempio, le pressioni dirette o indirette che arrivano dai coetanei: le pressioni dirette sono quelle in cui il nostro amico o la nostra compagna ci spinge, induce o incoraggia a fare quello che lui o lei già fa. A volte questo succede inconsapevolmente, perché se ci dedichiamo ad una attività di cui non riusciamo a fare a meno, è più facile trovare una alleanza in un’altra persona anziché impegnarsi per smettere. In breve, se trascorro parecchie ore da solo a giocare offline, mi sento un reietto o, permettetemi il termine, uno sfigato, ma se in questa attività trovo una spalla, allora non sono più solo e questo mi restituisce una se pur parziale giustificazione in ciò che faccio.

Un aspetto che non si dovrebbe trascurare è la rete di relazioni che c’è intorno alla persona, sia in ambito familiare, sia in ambito amicale. L’individuo che è inserito in un contesto di fragilità o superficialità relazionale, in cui le figure di riferimento “non ci sono” perché distratte, autocentrate, impegnate, allora l’individuo, per trovare un supporto, per quanto improprio, può rifugiarsi in realtà parallele che a loro modo gli restituiscono il senso dell’esistenza, ma senza alcuna profondità, senza progettualità e senza investimento affettivo. È fondamentale, quindi, proporre e restituire alla persona che ha sviluppato una o più dipendenze un “senso” alla propria vita, che sia fatto di relazioni reali, di interessi, di confronti ma soprattutto di trasformazioni.

Relativamente alle dipendenze di cui trattiamo… come decide di intervenire (se lo allertano i familiari… se ha un osservatorio nei consultori…

Il contatto arriva quasi sempre dai familiari più prossimi; qualche volta, ma più raramente, dal medico di famiglia o dalla cerchia parentale. In genere il congiunto mi contatta per cercare conforto, per chiedermi se quel tale comportamento è “normale” o se è più o meno diffuso, per esempio, tra i coetanei. Questo primo contatto è fondamentale perché spesso chi contatta lo psicoterapeuta vive un sentimento ambivalente: da un lato si preoccupa per la salute del familiare, dall’altro lato, però, teme inconsapevolmente di essere coinvolto come co responsabile della difficoltà vissuta dal congiunto. Questo rende non sempre facile entrare in contatto con le dipendenze che costituiscono quasi una “vergogna” da non raccontare e quindi da risolvere all’interno della famiglia oppure, peggio, nel non riconoscerla, riconducendola a crisi passeggere o di alcuna importanza. Purtroppo la non materialità di parecchie dipendenze contemporanee le rende molto più sfuggenti delle patologie più conosciute, perché manca l’oggetto da dipingere come l’oggetto del peccato; ancor di più, paradossalmente, se la dipendenza non prevede un oggetto fisico, si attiva un meccanismo di difesa che porta magicamente a negare la dipendenza stessa.

Con quali modalità si svolge un colloquio con uno psicologo per una persona che soffre di dipendenze?

Ovviamente un solo colloquio non è sufficiente per concordare un percorso terapeutico e trasformativo. È importante, però, direi fondamentale, che la persona con cui iniziare un percorso terapeutico trovi motivazioni per incontrare il terapeuta e che non vada in terapia solo perché “qualcuno” pensa che l’individuo ne abbia bisogno. Le possibilità trasformatrici di una psicoterapia sono intimamente connesse alla motivazione del paziente. Durante i primi colloqui è importante affrontare la negazione che quasi sempre il paziente manifesta e che spesso si accompagna con la convinzione che quel comportamento, quella dipendenza, gli sono utili per sentirsi più rilassato, più integrato, più protetto, ecc.; condividere, terapeuta e paziente, l’idea che è in atto uno stile di vita disfunzionale, che da soli non si riesce a tirarsi fuori da una condizione esistenziale critica e che, come spesso accade, il paziente vive pensieri negativi che gli impediscono o gli ostacolano aperture al mondo reale e investimenti funzionali e liberi. Un altro aspetto che va affrontato è la sfiducia di cui è ammantato il paziente che sente impossibile o troppo distante la risoluzione del problema. L’approccio che, personalmente, sento utile per il paziente e per il percorso terapeutico, è di aiutare il paziente a ri-trovare una centratura esistenziale, cioè di sentirsi il centro della propria vita e non essere succube di qualcosa (il comportamento) o di qualcuno. È essenziale restituire alla persona uno o più motivi per riacquisire stima e fiducia verso di sé, che gli consenta innanzitutto di affrontare la dipendenza per risolverla e poi per progettare la propria vita e offrire il proprio Sé al mondo, proprio perché il mondo ha bisogno di noi. E infine, sviluppare nel paziente la capacità immaginativa attraverso la quale possiamo, ognuno, di noi, trasformare la realtà.