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Coronavirus – aspetti psicologici individuali e collettivi di una pandemia

Proverò a scrivere di Coronavirus in un modo forse differente rispetto a quanto viene quotidianamente fatto da circa un anno; non per una originalità forzata ma per provare a sganciarci, forse solo per poco tempo, da una logica newtoniana e cartesiana che pone la scienza come l’unico e ultimo baluardo in grado di tirarci fuori da un incubo come quello attuale.

Non racconterò quello che è accaduto in quest’anno perché è accaduto a tutti, anche se questi avvenimenti, come ogni avvenimento umano, hanno una componente collettiva, in cui più o meno tutti ci ritroviamo e ci riconosciamo, e una componente individuale e irripetibile che non è semplice da raccontare; quando la raccontiamo diventa un’altra storia, in attesa che la storia, che questa storia diventi una esperienza.

La condizione sociale e individuale causata dal COVID e dalle reazioni al COVID ha creato le condizioni potenziali, penalizzando le possibilità di scambio, per svuotare gli individui di parte della loro risonanza emotiva, ha sterilizzato i rapporti della loro componente affettiva e ha deprivato gli individui della loro componente numinosa, cioè della predisposizione umana a credere nel sacro nascosto e in una entità trascendente, superiore e invisibile che apporta un cambiamento profondo nella coscienza.

L’epidemia, che è diventata pandemia, ci ha restituito sensazioni strane, molto probabilmente mai provate prima, che in molti di noi sono variate nel tempo, via via che il contagio e la sua diffusione hanno avuto la loro evoluzione: all’inizio “leggevamo” di questa misteriosa infezione virale che colpiva la lontana Cina. Spesso i fatti eclatanti, sovente di origine naturale, abbiamo la sensazione o il convincimento che accadano sempre lontano da noi: le grandi eruzioni, i grandi terremoti, i meteoriti che in Siberia o negli Stati Uniti fracassano i vetri dei palazzi, i violenti uragani in Florida, gli spaventosi incendi in Australia: il male nelle sue situazioni estreme avviene lontano da noi, “quasi” come se fosse una finzione filmica o narrativa.

E così ci meravigliavamo, ma neanche tanto, all’idea che una metropoli cinese di cui non conoscevamo neanche il nome, ricorresse alla chiusura, anzi, al lockdown, che poi più correttamente sta per confinamento, a causa di un male subdolo, misterioso, che si intrama.

Incredibile, pensavamo: milioni di persone confinate in casa propria, senza potere uscire; meno male che certe cose capitano “lì” e soltanto lì. In questa fase le ripercussioni sul nostro quotidiano sono blande, di scarso impatto emotivo, quasi distratte, e quel “lì” esorcizza ogni paura e la tiene geograficamente ed emotivamente distante. Direi che psicologicamente affrontiamo questa notizia, in questa fase, come un evento esotico. Finchè… qualcosa, episodicamente, comincia a cambiare: una coppia di cinesi in vacanza in Italia si scopre essere positiva a questo virus; questo episodio alza leggermente il nostro livello di attenzione perché l’invisibile, il virus, può sfuggire ai rigidi controlli della lontana città cinese, ma sono, appunto, casi sporadici, fortuiti, che, ci rassicurano, non hanno alcuna conseguenza sul nostro vivere quotidiano (perché, parliamoci chiaro, qualunque fatto sollecita la nostra attenzione solo se rischia, nel bene o nel male, di alterare il nostro status quo). Le dichiarazioni delle autorità sanitarie e politiche sono sincronizzate sul fatto che l’invisibile non è libero, ma circoscritto dentro l’ospedale “Spallanzani” di Roma, specializzato in malattie infettive. Tutto bene, quindi: se – prima fase – guardavamo i tg che parlavano di Wuhan come un documentario sul rischio di imbatterci in un coccodrillo andando in Africa, adesso – siamo alla seconda fase – è come se sapessimo che, sì, abbiamo i coccodrilli nella nostra Nazione, ma sono relegati al giardino zoologico; basta non aprirne i cancelli.

Adesso, però, subentra una prima zona di incertezza, in termini psicologici: siamo sicuri che i coccodrilli custoditi allo zoo non abbiano magicamente rilasciato nell’aria delle uova in un momento in cui il guardiano all’ingresso principale era distratto, forse anche perché non sapeva che dentro lo zoo ci fossero i coccodrilli oltre ai panda? È un pensiero fugace, ricacciato dentro dalle rassicurazioni autorevoli di chi è preposto a rilasciare rassicurazioni autorevoli, anche se forse non dice la verità, o la dice solo parzialmente oppure non conosce la verità. Ma ci sta bene così. In fondo, se ci pensate, quando eravamo piccoli, ai nostri genitori riconoscevamo una sapienza infinita e una comprensione immediata e infallibile dell’intero universo. Poi inizia la scuola e iniziano i primi problemi (soprattutto per i genitori), perché un’altra autorità, in modo progressivo e istituzionalizzato, cioè sancito dalla Legge, accompagnando e più spesso inseguendo la crescita di noi bambini, si assume il diritto, almeno in alcuni campi, di saperne di più dei nostri genitori.

Ritornando al virus e alla distanza, non più fisica ma psicologica che separa noi da lui, questa inizia ad accorciarsi, non essendo più un fenomeno da tg ma assume connotati meno “raccontati” ma più percepiti. La fase terza, se vogliamo rigidamente scandire questa trasformazione del nostro vissuto psicologico, la possiamo rintracciare nei due primi focolai italiani, quello di Vo’ Euganeo e quello di Codogno. Per chi non era di quelle zone, è stato, mi servo ancora di formule rigide, come passare dal racconto di un violento temporale fatto in tv, al sentire il rombo dei tuoni o vedere i bagliori dei fulmini in lontananza; o, in termini più duri, è come passare dal reportage sulla guerra al rombo delle bombe sentito in lontananza, che i miei genitori mi raccontavano. È la guerra dietro casa; non ancora in casa, ma vicino. Ma ancora il genitore interno, che potremmo chiamare Super-Io, che comincia a vedere ridotta la propria sapienza e la propria autorevolezza verso i figli, ci dice che, sì, la guerra è vicino casa nostra, ma noi non ne subiremo conseguenze dirette, perché altri genitori hanno circoscritto la guerra in zone chiuse, isolate e sfortunate, dal resto del mondo, più fortunato, anche se con un’apprensione crescente.

A questo punto ci viene in soccorso la nostra componente teatrale, drammatica, artatamente amplificata da chi ci informa, che ci conduce sull’orlo del baratro o dell’inferno: le immagini dei notiziari ci riportavano luoghi che fino al giorno prima vivevano un ordinario anonimato, ordinario nelle case, negli orizzonti, nelle strade, negli alberi, nelle luci e nelle ombre, nei visi delle persone, che sono diventate ad un tratto luoghi magici, venefici, distanti; luoghi liminali, sospesi, proprio perché al di qua vi era il mondo consueto, fatto della stessa anima di sempre; al di là del confine, invece, era come se la nostra coscienza e la nostra percezione cercassero di cogliere tracce dell’Invisibile in quelle case che non erano più quelle di prima, e così negli orizzonti, nelle strade, negli alberi, nelle luci e nelle ombre, nei visi delle persone. Le telecamere, e noi con loro, con il nostro voyeurismo, scrutano oltre quel limite invisibile, in cerca di un segnale, una vibrazione, una anomalia. È come se quelle strade senza vita, quelle porte sprangate, immerse in un silenzio irreale, in una calma apparente, testimoniassero – proprio con quel silenzio violento e sospeso – la loro intrinseca “malattia”. Penso a quei temerari che, sfidando il pericolo e attratti dal divieto e dall’Invisibile – in quel caso la radioattività – penetrano nella zona vietata di Chernobyl; oppure penso alla DMZ, la striscia di nessuno che separa il placido, opulento, sano e luminoso Mondo Libero della Corea del Sud dal Regno del Male, dal Buio senza Gioia della Corea del Nord. Potremmo produrre pensieri simili nell’esempio del Muro che divideva le due Germanie e una città: di qui il Bene, la Vita, la Libertà, il colore; di là il Male, la Morte, la Costrizione, il Grigio.

Infine – ma non so se questo sia il giusto avverbio – la condizione che abbiamo vissuto in modo integrale la scorsa primavera e che, con qualche differenza, molti in Italia stanno vivendo o hanno da poco vissuto questo autunno e questo scorcio d’inverno. Con una aggiunta lessicale, adottata in quelle realtà ove le limitazioni avevano effetto nelle ore più buie, in quelle ore notturne in cui l’umanità ha rivelato da sempre le proprie paure inconsce: il coprifuoco. Forse mai termine fu più maldestramente rievocato: per fortuna o sfortuna è trascorso un certo tempo dalle ultime volte in cui questo termine veniva – lì sì – opportunamente utilizzato; questo lasso di tempo ha appannato il significato letterale del coprifuoco: significava impedire alle già fioche illuminazioni di quel tempo di guerra di poter essere percepite dall’alto, dai ricognitori e dai bombardieri che avevano bisogno di un involontario segnale luminoso per colpire lì dove c’era vita. Io credo che avere riesumato il termine “coprifuoco” sia, ancora una volta, l’esempio di come questa esperienza abbia colto l’umanità di sorpresa, svelandone il bisogno di catalogare ogni avvenimento legato alla pandemia, attraverso le parole; parole che, spesso, non ci sono o non sono disponibili o ben focalizzate, proprio perché gli eventi attuali sono inauditi. Così, anziché dire che si stanno usando i mezzi più aggiornati della medicina per inibire gli effetti del virus sull’organismo, noi affrontiamo una “guerra” contro il virus; anziché rimanere in casa nelle ore libere dagli impegni, per non trasmettere e ricevere il virus, siamo in “coprifuoco”. Se ci si pensa, adottare questa parola è come affermare che occorra aumentare il buio intorno a noi affinché l’Invisibile non ci scopra e non ci colpisca, come succedeva durante la guerra: la luce ci rende visibili, ci rende obiettivi ideali per il cecchino, sia esso un fuciliere o un aereo carico di bombe. Dobbiamo stare al buio nelle ore più buie; magari anche parlare a bassa voce, per non renderci più facilmente rintracciabili dal male anch’esso oscuro.

L’inclusione nella “parte oscura”, la parte contaminata, del nostro territorio, delle nostre città, dei nostri luoghi di lavoro, delle nostre strade, dei nostri luoghi di incontro, ha ancora una volta mutato i nostri paradigmi, questa volta in modo più duro e drammatico: non siamo più spettatori tangenzialmente interessati: siamo diventati protagonisti di quella attualità che la nostra psiche provava a tenere circoscritta nell’ambito della rappresentazione televisiva. Questa mutazione di prospettiva agisce anche su quel mysterium tremendum et fascinans, secondo una celebre definizione del teologo tedesco Rudolf Otto: è attraverso il mistero e nel mistero che l’individuo esperisce il sacro. Ciò che sta avvenendo ha il senso del mistero perché del mistero ha molte caratteristiche: il virus è un oggetto “mostruoso”, in quanto figura portentosa; è invisibile; è a suo modo ubiquitario e, adesso lo sappiamo, anche mutante, cioè letteralmente diabolico. La sua componente tremenda discende dal timore dettato dalla compromissione del proprio quotidiano e dalla paura di morire (individualmente, socialmente, economicamente) e – soprattutto per la sua componente inconscia – l’attribuirgli connotati soprannaturali, o anche divini. Il diverso, l’estremo, come la morte, ha in sé qualcosa di affascinante, perché ci introduce in una dimensione parallela, con caratteristiche e leggi differenti dal nostro sentire quotidiano, e il diverso causa in noi repulsione e attrattiva, paura e curiosità. Il mostruoso insieme atterrisce e attira a sé.

Siamo stati disaggregati da persone e luoghi che avevamo scelto o che ci avevano scelto e che avevamo imparato a considerare come nostri contenitori, come riferimenti, come “oggetti Sé”, che contribuivano alla nostra omeostasi e alla nostra identità, e siamo rimasti chiusi nelle case. La presenza familiare e più o meno ripetuta ha l’effetto contenitivo e rassicurante – o angosciante e soffocante – che è stato ben evidenziato nel film “The Truman Show”, in cui il protagonista inizia a intuire di trovarsi in una ir-realtà parallela, distonica, nella quale tutto si ripete uguale a sé stesso affinché l’ignaro protagonista (True-Man) viva, appunto, suo malgrado in un presente eterno.

Per molte persone anche questa epoca è vissuta come un “eterno presente”, nella sensazione o nella paura che ogni giorno sia uguale al precedente, e che quello che abbiamo perduto, o che ci è stato detto che abbiamo perduto, non tornerà più; come se un sortilegio avesse rallentato o interrotto il consueto scorrere del tempo cui eravamo abituati e su cui avevamo ritagliato i nostri ritmi, i nostri riti e le nostre scansioni quotidiane, forse tranquillizzanti, forse accudenti, ma che a un tratto hanno in parecchi casi svelato la propria vacuità e la propria tendenza ad autoperpetrarsi in modo cieco e, forse, irragionevole. Ed allora, preso atto che è arrivato il tempo in cui dobbiamo avere paura, ci affidiamo alla scienza, l’idea equivoca che ogni nostro problema lo risolverà la scienza qui e ora.

Ciò che è accaduto anche per questo atteggiamento fideistico verso la scienza ha amplificato i danni della diffusione del virus. Abbiamo assistito a contrapposizioni settarie di settori della scienza che si scagliavano contro altri settori della scienza: infettivologi contro pneumologi, epidemiologi contro responsabili di terapia intensiva. Questa difesa del territorio degli uni contro gli altri ha precluso a molti di noi una visione olistica del contesto, facendoci trascurare l’idea che noi siamo parte di un organismo; ognuno di noi è organo che compone un sistema di organi ed è proprio l’armonico funzionamento di ogni organo che dà armonia all’insieme che restituisce armonia e benessere ad ogni singolo organo, cioè a ciascuno di noi.

Questa pandemia ha svelato quanto rispetto irrealistico riconosciamo per una scienza che, malamente interpretata, ha acuito una situazione già di per sè grave. Abbiamo affrontato il problema con un pensiero scientifico sorpassato, ritenuto erroneamente d’avanguardia. Buona parte della società e di alcuni scienziati che hanno avuto modo di pontificare sugli organi di stampa è rimasta ancorata ad una visione scientifica sorpassata e compartimentata, che non ha potuto o voluto tenere in conto che c’è una avanguardia scientifica e più in generale intellettuale che va oltre il materialismo monistico. La “cura”, la gestione della emergenza, non può più essere affrontata come un problema che riguarda una moltitudine separata di milioni o miliardi di persone il cui unico reciproco “contagio” di cui abbiamo evidenza è la trasmissione esponenziale del virus. Tutti noi siamo individui immersi in una realtà collettiva, in cui ciò che fa, pensa, desidera un individuo, ha ripercussioni apparentemente trascurabili ma in realtà di enorme portata sull’intero universo.

Ciò che voglio dire è che la approssimativa gestione che è stata fatta della pandemia, sanitaria, politica, comunicativa, è stata in approssimativa perché non ha restituito alcun senso agli individui e alla dimensione collettiva, come se ciò che è accaduto e sta ancora accadendo fosse interpretabile come una semplice reazione di causa-effetto, in cui basta isolare e curare il singolo individuo. Ognuno di noi è stato trattato come un potenziale untore prima e come un potenziale malato poi da monitorare, circoscrivere, ricoverare, curare, ecc.; ma soprattutto isolare.

Mi spingo ancora un po’ oltre: noi non siamo monadi intrappolate nei nostri tessuti, nella nostra pelle; noi siamo anche altro. Noi siamo, sì, una coscienza individuale e abbiamo anche un inconscio individuale, ma l’umanità, tutta l’umanità, ha una mente, una coscienza e un inconscio collettivi che esistono e agiscono intorno e dentro di noi.

Gli accadimenti contemporanei ci hanno violentemente sospinto verso una nuova opportunità di scelta: una nuova cultura di cui la scienza potrebbe essere una parte fondamentale e in cui l’antica saggezza potrebbe anche essa esserne parte e in cui entrambe potrebbero trovare una nuova integrazione. Non mi riferisco ad un nostalgico recupero o ad una ripetizione del passato, ma di una nuova sintesi tra una cultura scientifica non autoreferenziale e un riappropriarsi di un rapporto più consapevole e profondo con l’universo che è intorno a noi e dentro di noi. È un progredire lungo una spirale, in cui alcuni dei vecchi elementi risultano essere su un livello superiore quale parte di una sintesi creativa tra l’antica sapienza e la scienza moderna.

L’umanità come organismo vivente e ognuno di noi, singolarmente, ha bisogno di ritrovare spiritualità in ogni singolo atto, ogni singolo pensiero. Forse, però, non abbiamo altrettanto bisogno di religioni iperorganizzate, che nella concezione attuale rischiano di essere una parte del problema e non della soluzione. Qualunque organizzazione religiosa, se pur animata da principi ammirevoli, si propone come tenutaria di verità superiori e illuminate, ma non sempre la contrapposizione di Verità è una garanzia di profondità e di sacralità.

Cosa ne facciamo di una crisi così diffusa, così “orizzontale”? Potremmo trovare in essa un pretesto per abbatterci, per giustificare tendenze depressive o per giustificare i nostri egoismi, le nostre diffidenze, i nostri pregiudizi, la nostra ricerca del colpevole e della colpa. Oppure, partendo da una analisi personale e sociale, ripartire da una “rivoluzione di paradigma”.

Abbiamo cercato la colpa e il colpevole nel pipistrello, nel pangolino, nella Cina e poi via via nei governi, nei negazionisti, nel dio nostro o nel dio degli altri ma il male più grande è l’uomo. È l’uomo che custodisce il male; il male non è nel virus, ma, per riprendere il pensiero di Jung, la causa del male attuale e futuro è nel modo di pensare e di agire dell’essere umano e proprio per questo dobbiamo impiegare ogni nostro impegno per conoscere l’anima dell’uomo e poterla così curare. Siamo in pieno cambiamento, in una crisi che le ultime generazioni non avevano mai conosciuto e qui ci viene in soccorso l’etimologia della parola crisi, che indica la scelta, la decisione.

Questo tempo di crisi ha liberato nelle persone reazioni di lotta e di fuga (fight and flight), alla ricerca dell’accaparramento delle risorse disponibili a danno degli altri. Il distanziamento sociale ha esacerbato le diffidenze e le barriere psichiche che abbiamo erto verso gli altri; io credo che la psicoanalisi possa essere uno strumento per riconoscere la natura di queste barriere, al fine di portare in superficie le difese illusorie di cui ci serviamo ogni volta che assaltiamo i supermercati oppure quando fuggiamo dal luogo in cui lavoriamo, un’ora prima che quel territorio venga proclamato zona rossa. Questi comportamenti collettivi riprovevoli esistono come esistono anche comportamenti virtuosi, di solidarietà, di ascolto e rispetto. Credo che sia importante per ognuno di noi riconoscere e accogliere le due facce di una stessa medaglia, sia ad un livello sociale, ma anche ad un livello interiore. Dobbiamo essere molto attenti ad ogni tendenza a negare o proiettare fuori da noi ogni pulsione negativa: quella che stiamo vivendo non è una favola tragica in cui alcuni individui o gruppi di individui buoni si impegnano per salvare l’umanità da altri individui cattivi o semplicemente egoisti. In questo può essere di aiuto un impegno concreto a riappropriarci delle nostre immagini più profonde e della nostra capacità di immaginazione. Noi siamo corpo, azioni, progetti, desideri, paure, ma siamo soprattutto immagini, perché noi pensiamo, noi viviamo per immagini, siano esse visive, olfattive, tattili o sonore. L’assenza o il diradamento dei contatti, la mimetizzazione cui le mascherine ci costringono hanno reso tangibile la crisi dell’immaginazione e dell’immagine in cui la velocità e la frenesia del mondo contemporaneo che ci siamo costruiti intorno e dentro di noi ci hanno condotto. Noi siamo una cultura “veloce”, che divora traguardi, conquiste e record uno dopo l’altro. Il pensiero scientifico contemporaneo ci ha donato scoperte e utilità straordinarie: siamo più ricchi, più puliti, più longevi, più informati, più connessi, però forse abbiamo smarrito la dimensione spirituale che permea l’universo e quando parlo di universo parlo di ognuno di noi, di ognuno di voi. L’aspetto spirituale – quello che, con una formula lievemente denigratoria, viene definito animistico – si è smarrito oppure lo abbiamo estrapolato, espunto dalla nostra psiche, rendendolo quasi un “oggetto” a noi alieno, un ingenuo retaggio del passato.

Stiamo affrontando una crisi di coscienza oltre che epidemiologica, economica e sociale, che ci sta impoverendo e il virus ne è un sintomo, come lo è il cambiamento climatico, l’inquinamento o la sovrappopolazione. Trattare la pandemia come la causa dei nostri mali è un fraintendimento pericoloso: se sono raffreddato un antipiretico è provvidenziale, ma se ho una infezione e prendo una tachipirina rischio di fare un casino.

Molte persone si sono buttate giù, hanno avuto una reazione depressiva; altre hanno provato angoscia. Molti hanno addirittura provato nostalgia per i bei tempi andati, che forse proprio belli non erano, e qualcuno, in modo apotropaico, ha detto e si è ripromesso che sarebbe cambiato. Siamo, forse, tutti d’accordo che “dobbiamo cambiare”, ma è la coscienza che deve cambiare nel profondo. Abbiamo bisogno di compassione; abbiamo bisogno di accorgerci che il mondo esterno a noi ci appartiene e noi apparteniamo ad esso. Riappropriarsi di una visione globale del nostro essere forse non ci preserverà da una prossima emergenza globale, ma è diventato un passo improcrastinabile. Non dobbiamo aspettare una invasione extraterrestre, per riscoprire una unica origine del genere umano, e che ogni individuo, ognuno di noi, con le proprie azioni, con i propri pensieri, con i propri desideri e i propri talenti, segna e influenza le sorti dell’intero pianeta.

Un passo necessario per una trasformazione reale e profonda della nostra psiche deve oltrepassare l’idea che il mondo che ci circonda e in cui viviamo è una entità esterna a noi; separare la realtà in realtà fisica e realtà psichica ci ha condotti dentro un paradosso; un buco nero nel quale la realtà interiore, cioè la realtà psichica, è fatta di sogni, è esclusivamente intima, autoreferenziale, ricca di pathos e priva di concretezza, mentre la realtà esterna è oggettiva, materiale, condivisa ma priva di anima. Il risultato straniante è che ciascuno di noi ha un’anima senza mondo e il mondo è tutto l’altro da noi, ma senz’anima; così tutto il mondo materiale, fatto di oggetti, di montagne, di traffico, di virus, di tasse, è tagliato fuori da qualunque componente emotiva. Ecco perché il virus, la malattia, provengono dal di fuori di noi e ci sorprendiamo, quasi ci offendiamo quando il virus, l’oggetto esterno, invisibile, cinico nel suo cieco anonimato, trapassa questa barriera e penetra nel nostro organismo e letteralmente “ci toglie l’aria”. Il virus è il nemico fuori di noi.

Se il mondo “esterno” si ammala, questa è una conseguenza di una patologia interna che non riusciamo ad accettare e riconoscere: se il mondo si ammala, se il mondo soffre, questo è il risultato di un malessere interno a noi; è quello che abbiamo prodotto e che la soggettività umana ha proiettato sull’ambiente circostante. Dopo che abbiamo manomesso le armonie del mondo, il mondo reagisce e ci restituisce le sue sofferenze per un principio omeostatico e se per necessità contingenti un fatto apparentemente accidentale come la pandemia costringe l’umanità a rallentare la distruzione dell’ambiente, ci compiaciamo che dopo due mesi di minori attività, i canali veneziani diventano trasparenti, il mare si ripopola di pesci e l’aria è appena un po’ più pulita.

Il mondo in cui viviamo è fatto di odori, colori, vibrazioni, altri individui, atmosfere, visi conosciuti e sconosciuti… Ogni oggetto del mondo, sia esso fisico o psichico, si racconta per ciò che è e per il valore che noi gli attribuiamo: ci è amico o ci è nemico, ci è noto o ignoto, ci è piacevole o spiacevole, utile o superfluo… Le cose del mondo, le cose della nostra vita non sono semplici segni con cui ci incontriamo fortuitamente, di cui ci appropriamo, le usiamo per un certo periodo di tempo e poi le abbandoniamo, le dimentichiamo e le rimpiazziamo con altri oggetti, e altri oggetti, e ancora… Una ricerca antropologica sugli indiani d’America ha ipotizzato che, nella sua intera vita, un Indiano mediamente si serviva soltanto di alcune decine di oggetti; se contassimo il numero di oggetti che ognuno di noi utilizza durante la propria esistenza credo che occorrerebbero parecchi zeri. Noi gli oggetti non li usiamo; ce ne appropriamo per toglierli agli altri, consumarli e rimpiazzarli con altri oggetti. La relazione invisibile che instauriamo con tutto quello che ci circonda, la nostra capacità immaginativa che ci avvicina o ci allontana dagli oggetti psichici e fisici e che ce li rende caldi, ostili, simpatici, indispensabili, odiosi, strani, dona anima al Mondo che il mondo a sua volta restituisce alla nostra anima, alle nostre anime.

Qualcuno potrebbe legittimamente pensare che tutto questo sia frutto delle fantasie di un sognatore, ma ciò che sta accedendo in questi mesi è un segnale concreto che l’anima mundi manda alla nostra anima individuale, alla quale chiede di rispondere. La paura di “perdere” il mondo cui eravamo abituati ci sta portando a riamarlo; un grande psicoanalista Americano, James Hillman, diceva che dove c’è patologia c’è psiche e dove c’è psiche c’è eros.

Al di là della rabbia per le privazioni cui siamo costretti o della preoccupazione per una situazione esistenziale precaria che molte persone temono o stanno concretamente vivendo, quando nei momenti più critici abbiamo anche temuto per il futuro delle prossime generazioni oltre che per la nostra, abbiamo riacquisito la preziosità verso certe cose che prima davamo per scontate e una forma di pietà per le sofferenze del genere umano.

La società contemporanea, nella sua fluidità crescente, rischia di privare gli oggetti, gli accadimenti e le azioni, di una loro sacra irripetibiità e di una localizzazione e, spingendoci oltre, anche di una loro identità. Forse in un prossimo futuro anche gli individui saranno ubiqui (ologrammi). Questa tendenza può essere definita con un sostantivo: alienazione. Pensate a quando scegliamo l’automobile da acquistare, alle pubblicità che ci suggeriscono i kit personalizzati. Svelo un segreto: le auto sono tutte uguali, quindi riempiamo le nostre auto nuove con adesivi vari per restituirci l’illusione del pezzo unico. L’anonimato in cui ci ritroviamo sempre più immersi – e la necessità contingente di proteggere il nostro volto con le mascherine ne è una metafora evidentissima – ci sta sottraendo le nostre identità, come se fossimo tutti prodotti interscambiabili di una stessa matrice. Pensate ai file musicali; tecnicamente si dice che sono tipizzati. Ciò vuol dire che l’esemplare originale di un brano ha le identiche caratteristiche di ogni sua copia e i due oggetti sono intercambiabili. Forse non ci garba l’idea di potere essere semplicemente sostituiti con qualcun altro o qualcos’altro.

La tecnologia ha dato a noi umani molteplici vantaggi e ci ha permesso di conoscere la natura in modo sempre più approfondito. La medicina, le scienze esatte ci hanno consentito di sconfiggere molti mali; il paradosso è nel fatto che, proprio a causa di questo erompere della tecnologia, per la prima volta nella storia dell’umanità rischiamo di autosoffocarci. La velocità con cui acquisiamo scoperte e primati impedisce alla nostra anima di reagire e adattarsi con i tempi naturali: un cambiamento progressivo lo fronteggiamo perché lo “capiamo”, anzi, lo “sentiamo”; una modificazione drammatica, catastrofica, è fuori dalla portata di noi esseri umani.

Abbiamo fretta e brama di possesso: fretta di occupare spazi fisici e mentali, di salire di livello e bisogno di accumulare, anche in danno dell’altro; credo che, dietro a questi bisogni smodati, si nasconda un sentimento più pervasivo: è la paura di essere scavalcati, la paura di sbagliare, di impoverirci, di perdere potere, di dover cedere oggetti… La faccenda si complica se la paura si trasforma in angoscia: io ho paura del vicino di casa, del virus o dell’angelo sterminatore, ma almeno so di chi o cosa ho paura; nell’angoscia soggetto e oggetto sprofondano nella indifferenziazione, in uno stato di pericolo generale e diffuso. L’angoscia e la velocità in cui ci troviamo immersi ci precludono sempre più la possibilità di riflettere e di ritrovarci soli con noi stessi senza temere di rimanere soffocati o smarriti, perché ciò che temiamo è scoprire la nostra vera immagine, che potrebbe non piacerci. E allora corriamo, ci dimeniamo, ci troviamo attività che ci tengano impegnati e ci riempiamo, ci saturiamo non di suoni, ma di rumori. Ecco, infatti, che questo forzato isolamento ci ha portato a rimpiangere un’epoca – parliamo appena di un anno fa – in cui vivevamo nel caos, nel rumore, nel disordine, nella prevaricazione; mi azzardo a sostenere che nessuno poteva dichiararsi soddisfatto della realtà in cui viveva. Eppure, oggi molti di noi rimpiangono quel periodo.

I limiti imposti dal contagio e dai provvedimenti assunti dai governi sono “limiti di velocità”: velocità di spostamento, di produzione, di arricchimento, di relazione. Tutto rallenta; sembra di trovarci in una melassa che ostacola l’espansione e il movimento orizzontale. L’unico movimento consentito è quello verticale, che però ci spaventa, perché ci porta al cospetto dei nostri fantasmi, del nostro nucleo e di noi stessi. Nel silenzio e nella immobilità del lockdown abbiamo la paura di incontrare il nostro vero Sé.

Qualunque forma di ritiro può essere fantasmaticamente assimilabile ad un “rientro uterino”, che può innescare o un rifiuto negativo-regressivo (soffocamento, claustrofobia, buio, immobilità, isolamento, separazione), sia positivo (protezione, tepore, liquido amniotico, silenzio, sicurezza, riflessione). Entrambi i casi rivelano uno stato di sospensione dal consueto ritmo della vita; in estremo, il “ritiro” evoca una situazione psichica atemporale.

Cosa rivela, però, in concreto, la pandemia? Detto in altri termini: perché c’è la pandemia? Giochiamo con l’inconscio e – ancora una volta -, proviamo ad astenerci da spiegazioni, da motivi spicci e univoci (la Cina, il complotto di cento o mille persone, di una multinazionale del farmaco o di una potenza straniera): la minaccia (o il nemico) è intorno a noi, è dentro di noi. Il nemico siamo noi. Il male, il virus, l’invisibilità, la letalità, la paura, la povertà, la libertà perduta…, sono tutte proiezioni dell’istinto auto ed eterodistruttivo della nostra psiche. È l’istinto di morte. Il desiderio inconscio verso il ritorno ad uno stato iniziale di non vita.

Non vi è dubbio che l’insistenza con cui l’umanità e, per buona parte, molti degli individui (non dimentichiamo che l’umanità è il prodotto di individui e delle relazioni tra individui) perseverano in comportamenti autolesionistici per sé e per la collettività. Tutto ciò ha condotto il pianeta verso una condizione di generale sofferenza. Il “progresso” spinge gli individui verso una china, un piano inclinato che, per legge fisica, accelera le azioni, i movimenti. Tutti, più o meno consapevolmente, hanno accelerato la propria vita, impegnandosi, inoltre, nel “raccogliere” tutto quello che trovano sul proprio cammino, per contrastare una paura inconscia della carestia e del buio. La paura dell’esaurimento delle scorte ci spinge a “fare provviste”: il fenomeno dell’accaparramento si verifica quando si percepisce una situazione di emergenza, oppure quando i mass media, gli organi di governo, ecc., diffondono comunicati di emergenza che contengono chiare contraddizioni interne (la situazione è drammatica ma è tutto sotto controllo…). È una situazione di nevrosi individuale e collettiva; i contesti estremi sono le condizioni propizie alla emersione degli istinti psichici più arcaici: la diffidenza, l’egoismo, la protezione esasperata dei propri confini e dei propri interessi, la ricerca del colpevole… Probabilmente gli eventi attuali hanno creato le condizioni psichiche e fisiche per sottrarci ad una visione duale della vita; dovremmo superare una concezione degli opposti fatta di mente e corpo, sacro e profano, maschile e femminile, noi-loro. Significherà liberarci da vecchi pregiudizi e stereotipi per liberare la nostra anima, la nostra parte divina, le nostre emozioni e lasciarle fluire liberamente nel mondo in cui viviamo: nel Mondo che noi siamo.