Sogni, visioni e qualcos’altro
Forse è giunto il momento di raccontare – o raccontare a me stesso – qualcosa sul mio soggiorno islandese. È trascorso un anno; forse è il momento di scrivere e fermare qualche pensiero; non so se è ciò che ci si possa attendere da questo scritto, con, credo, una certa intimità e il pathos che, presumo, lo potrà pervadere. Non so cosa verrà fuori; non sarà una cronaca didascalica, né un esercizio teorico rigido, ma avrà in sé flash volutamente disarticolati e forse anche contraddittori, come contraddittoria è la nostra, la nostra vita, e ciò che vediamo, o immaginiamo di vedere, o vorremmo vedere, della nostra anima e della nostra vita. Saranno pezzi di diario scritti “a caldo” durante la mia permanenza in Islanda, in Università ad Akureyri, in un caffè di Reykjavík o di qualche sperduta area di servizio della penisola di Snæfellsnes, o seduto su una pietra nei pressi del Lago Mývatn, e qualche riflessione più ragionata. Vedremo…
Sembrerà strano per uno come me che ha viaggiato in buona parte dell’Europa e che, purtroppo, incorrendo in quella triste “malattia” che accade a quasi tutti gli adulti, ha in parte smarrito il timoroso, magico ed euforico magone del “Viaggio”, che sempre mi prendeva quando da piccolo partivo con la mia famiglia, quelle poche volte che se lo poteva permettere o quando, semplicemente ma magicamente, attendevo febbricitante il mattino per recarmi con mio padre sulla neve a pochi chilometri dalla città; una neve stentata, occasionale, fortuita, eppure quei pochi chilometri mi proiettavano in grandiose e remote regioni dello spirito in cui scoprivo quelle parti di me soltanto intuite ma che emanavano effluvi di mistero, di ineffabile e terribile attra- zione.
Alcuni fiocchi, forse semplicemente turbinati dal vento, divenivano occasione per sentirsi testimone di una tormenta di neve da raccontare “laggiù” in città e farne un tema in classe, in cui riportare i brividi che sancivano l’emozione di avere, solo per qualche ora, oltre- passato i confini invisibili della Fantasia e del Sogno e far capolino nel mondo delle fiabe.
Ecco, quindi, perché il Nord, quello vero; l’Isola, il Confine, la lontananza, che fanno tangibili i mille sogni, le mille immagini fantasticamente trattenute; quel Nord dove andrò a parlare di inconscio, di Ombra, di Sé, di archetipi, di differenze, di simboli, di Me.
Alternerò scritti vergati “a caldo”, magari la sera, dopo una lettura o un’escursione o una semplice passeggiata in città, o al mattino, appena sveglio, prima di recarmi all’Università; guardandomi intorno, con il desiderio di fermare ogni attimo del giorno. Non seguirò un passo cronologico; proverò ad accompagnare le impressioni scritte sul momento con altri pensieri scritti dopo aver lasciato l’Islanda ed essere tornato in Italia; alcuni scritti cercheranno di incorniciare le foto, in altri casi l’ordine sarà inverso, nel senso che le foto saranno un pretesto per animare visivamente le parole.
Le foto, lo confesso e rivelo fin da subito (ma lo rivelano da sole!), non sono artisticamente attraenti, né tecnicamente perfette, però le ho scattate io; inoltre, proprio come in un sogno, ho evitato la linearità temporale, lasciando che le foto si dipanassero senza l’urgenza della attesa sequenzialità, spostando, condensando, omettendo, dimenticando le vie della ragione, per liberare i percorsi dell’immediato e dell’anima.
Alle mie riflessioni si alterneranno brevi scritti, frasi, frammenti – non miei, quindi – che in qualche modo, per qualche strada, ho sentito risuonare sincronicamente con le foto e i pensieri: è la parola, che evoca lo scritto, che evoca la parola. Non sono citazioni organiche, particolarmente o necessariamente ricercate, né pensate: sono sorte involontariamente dai miei ricordi come dei flash e poi, a freddo, ho scoperto una certa affinità, a volte appena intuita, altre volte più intima, tra l’immagine e il ricordo letterario. Ho volutamente omesso il testo originario, la pagina, la casa editrice (le fonti, numericamente esigue e poco ragionate, quasi banali, saranno riportate alla fine, ma senza alcuna pretesa bibliografica): avrebbe distratto dall’immediatezza dei sensi e dell’intuizione, e questa non è una pubblicazione ortodossa, ma – credo – intima e forse un po’ egoista (come quasi tutti i sogni), per cui è libera dai vincoli editoriali; perciò ho dato precedenza alla suggestione e all’emozione, incoercibili per loro intrinseca natura, anziché irreggimentare l’anima nella mente.
Spero che nessuno, dopo aver letto, toccato, osservato e scarabocchiato questo scritto, possa dire, né pensare di aver aumentato le proprie competenze o di saperne di più su di sé, sull’Islanda o sulla vita. Se succederà questo, o qualcuno penserà che sia avvenuta qual- cosa di simile, pur nella consapevolezza che un testo di parole o immagini diventa proprietà di chi lo legge, allora saprò di avere fallito lo scopo; se qualcun altro, invece, sentirà che, senza alcun impegno mentale, qualcosa è cambiata – in sé o nel mondo – in questo caso avrò il piacere di ringraziarlo. Il Sé, l’inconscio, non procedono per accumulo o per crescita, ma per trasformazioni, variazioni, focalizzazioni; ad ogni espansione corrisponde una rarefazione, ad ogni contrazione una concentrazione.
A seguire, dopo ogni foto, un mio breve scritto incornicerà l’immagine, così da immettere piccoli, ulteriori dettagli su ciò che c’è di me dentro e dietro quell’attimo di eternità, quel momento presente.
Un’ultima cosa, almeno per ora: tutto questo, scaturito da una evidente sincronicità, almeno per me, sarà molto, molto ingenuo, cioè semplice, genuino e meravigliato, disceso, intuisco, da visioni d’anima antichissime, future, stupefatte e mirabili.
Primo brano.
«Per prima cosa Fridriksson chiese a mio zio quali risultati gli avessero fruttato le sue ricerche in biblioteca. “Ah!” replicò prontamente quest’ultimo. “La vostra biblioteca, che disastro! Non ha che libri scompagnati in scaffalature pressoché vuote.” “Come!” replicò stupito Fridriksson, “lo sa che noi possediamo ben ottomila volumi, molti dei quali preziosi e rari? Oltre alle opere in antica lingua scandinava, abbiamo anche tutte le novità che Copenaghen ci forni- sce ogni anno.” “E dove sono questi ottomila volumi? Io…” “Oh, caro professore, corrono il paese. Vede, in questa nostra isola di ghiaccio abbiamo il culto dello studio. Non vi è contadino o pescatore che non sappia leggere e tutti amano la lettura. Noi riteniamo che i libri, anziché restare ad ammuffire dietro una grata di ferro, lontani da sguardi curiosi, siano destinati ad essere usati dagli occhi dei lettori. Per questo dunque i volumi ai quali ho accennato passano di mano in mano, sono sfogliati, letti e riletti, e spesso ritornano ai rispettivi scaffali magari dopo un anno o due di assenza.”.»


Il primo incontro con l’Università di Akureyri, il primo pomeriggio del 12 Ottobre 2016. Nelle settimane precedenti avevo inviato i titoli di alcuni film, fornendo brevi tracce per ciascuno di essi, per focalizzare i principali temi vicini alla Psicologia Analitica, ma che contenessero, nel contempo, risonanze con lo psichico che immaginavo di incontrare in Islanda; hanno formato gruppi di 3-4 studenti che hanno scelto un film su cui lavorare, ed in aula magna lo hanno presentato, con tanto di applausi. Il luogo degli elfi, dei vulcani, di Hans, di Arne Saknussem. Un’emozione grandissima!
Sembrerà strano, ma appena l’aereo ha preso la rincorsa, sulla pista dell’aeroporto di Ginevra, ho avuto la contezza del “non ritorno”, ed è stato sorprendente accorgermi di emettere un sospiro di aria trattenuta, anticamera di una ansia lieve ma evidente, anticamera di un’età più avanzata, memore del passato e presaga di un Futuro ultimo; ho incontrato il mio puer, quella parte di me che esplorava da piccolo le colline delle mie vacanze scolastiche armato di un sacchetto di plastica, una borraccia d’acqua, un cappellino e una fionda; percorrevo duecento metri, eppure, oltre la realtà fisica, grazie alla potenza della fantasia potevo inoltrarmi in altre parti di mondo e di Realtà. Quei luoghi erano il mio témenos, da cui uscivo inconsapevolmente trasformato, in comunione con il Cosmos.
Questo viaggio, questo soggiorno, mi sembrano un’avventura; l’Islanda, questo sì che per me è un luogo dell’anima; quando, da piccolo, divoravo ogni foto, ogni carta geografica calcolando sull’atlante distanze, montagne, vulcani, strade… Non so cosa sarà, né quale scarto ci sarà tra il fantasticato ed il reale. La Sicilia, l’Islanda: a modo loro, due eccezioni, due condizioni eccentriche, esorbitanti della propulsione contemporanea, insieme livellante e globalizzante; Isole geo- grafiche, culturali, storiche, psicologiche… 3700 chilometri le separano l’una dall’altra. Jules Verne ne ha svelato la connessione nel racconto fantastico “Viaggio al centro della terra” (introvabile l’edizione islandese da Eymundsson, la più fornita e diffusa libreria d’Islanda), in cui i viaggiatori hanno abbandonato la superficie terrestre introducendosi dentro il cratere dello Snæfell, per fuoriuscire dalla sommità del vulcano Stromboli: due portali verso il nucleo del mondo, verso il Sé, da affrontare senza la paura del buio, del nero: “Bisogna innanzi- tutto dissipare e annientare questo timore per l’Acheronte che, penetrando nel profondo del nostro essere, avvelena la vita umana, dà a ogni cosa il nero colore della morte e non lascia spazio ai piaceri limpidi e puri” (Lucrezio, De rerum natura); è un percorso periglioso ma, ad un punto della vita e della coscienza, diventa un passo quasi obbligatorio; ancora Lucrezio:
“Né cieca notte ormai potrà impedirti L’incominciata via, che ti conduce
Di natura a mirar gl’intimi arcani: Sì le cose alle cose accenderanno
Lume che mostri alla tua gente il vero”
Ci sono occasioni rare nella vita in cui la percezione sensoriale e la risonanza emotiva coincidono come in una sinfonia armonica; l’Islanda, la sua gente, le sue case, le sue montagne, le sue contraddizioni, la sua acqua, i suoi tetti d’erba, la sua alterità, i suoi cieli lontani, la sua assolutezza: tutto ciò e molto, molto altro, sono un punto sin- cronico, sono una convergenza di linee psichiche emotive che si in- contrano “dove il tempo finisce” – prendo in prestito il titolo del libro di Krishnamurti e David Bohm. Credo che l’Islanda sia uno spartiacque necessario all’umanità perché ha tutto per detestarla e desiderarla: si detesta perché è distante in ogni senso, perché è inospitale, scomoda, costosa, desertica, priva o quasi di arte umana, di sole, buon cibo, ca- lore umano, e così via; si desidera per tutto quello per cui si detesta, e così via.
Ho incontrato l’Islanda quasi all’inizio dell’inverno, quando le ore di sole si riducono e le ombre si allungano sempre più, congiungendo oggetti sempre più lontani l’uno dall’altro, dilatando i propri confini e affidando l’esuberanza luminosa dell’estate alle silenziose braccia dell’inverno; tutto rallenta, e il mio animo, tra l’euforia della straordinaria esperienza e il pudico desiderio di non disturbare una terra insieme antichissima e appena nata, si predispone a questo viaggio verso gli angoli più preziosi e nascosti del Sé.
Secondo brano.
«Uscii mettendomi a vagabondare a casaccio (…). Tra il laghetto e la città si elevava la chiesa, costruzione ispirata al gusto protestante di pietre calcinate alle cui spese di estrazione provvedono gli stessi vulcani; senza dubbio, sotto gli impetuosi venti di occidente, il suo tetto di tegole rosse doveva spesso volare per aria con grande disappunto dei fedeli (…). In questa mia peregrinazione incontrai poca gente. Ritornato sulla strada commerciale vidi la maggior parte della popolazione occupata a seccare, salare e caricare merluzzo, che rappresenta la principale merce d’esportazione.»


Camminando per le strade di Reykjavík mi arriva una placida, “provinciale” energia di una cittadina giovane, esuberante a modo suo, come solo una capitale piccolina come Reykjavík può essere. La vita ha i suoi impegni, le sue scandite costrizioni, ma la sensazione è di un tempo rallentato, a volte sospeso. Siamo in pieno centro; l’edificio a destra è il Parlamento; sul retro c’è un piccolo giardino che affaccia sul lago Tjömin, quello della Foto 4. Reykjavík non è sonnolenta, anzi; hai la sensazione che succeda sempre qualcosa, una mostra temporanea o un’area in cui viene costruito un nuovo edificio o ristrutturata una palazzina. Per la gioia (anche) dei bambini, lungo le strade e i muri del centro, durante il periodo pre-natalizio c’è una specie di caccia all’elfo: sono gli Jólasveinar, 13 folletti che scendono, uno per notte, dal Monte Bláfjöll. Così, dal 12 al 24 Dicembre, nel periodo dell’Avvento, alcuni proiettori materializzano questi folletti sulle pareti di alcuni edifici cittadini, e bambini (e adulti) li devono scovare. I loro nomi tradotti sono un esempio meraviglioso della letteratura e della mitologia per l’infanzia: Ruba-salsicce, Gratta-pentole, Lecca-mestolo e così via.
Terzo brano.
«In tre ore visitai non soltanto la città ma anche i suoi dintorni, traendone un’impressione generale incredibilmente malinconica. Praticamente non esistono in Islanda alberi o vegetazione di sorta. Da ogni parte affiorano creste vive di rocce vulcaniche (…). Tuttavia sarebbe stato difficile smarrirsi nelle uniche due strade di Reykjavik (…)».


Questa è la casa che ha accolto Gorbačėv e Reagan l’11 e 12 Ottobre 1986; dopo il primo incontro preparatorio avvenuto l’anno prece- dente a Ginevra, quello avvenuto in Islanda fu il primo, serio e riuscito tentativo di smontare la “cortina di ferro”, permettendo ai due leader di guardarsi francamente negli occhi. È a poche centinaia di metri dal centro, attorniata da un prato e affacciata sul mare; nella sua signorilità e nel suo isolamento incarna simbolicamente un’epoca, neanche tanto remota, in cui sembrava che lo spirito di alcuni uomini di media volontà e di enorme potere, in uno dei tanti punti cruciali attraversati dall’umanità, provavano a scavalcare modi e tempi dei sistemi che essi stessi rappresentavano e incarnavano nella loro persona: dal machismo conciliante di Reagan al riformismo rassicurante (almeno per l’Occidente) di Gorbačėv. L’Islanda ha ospitato questo incontro politico URSS-USA, ma già nel 1972essa venne scelta per un altro “incontro del secolo”, la celebratissima sfida scacchistica con cui lo statunitense Bobby Fischer e il sovietico Boris Spasskj sublimarono, in quel periodo ad alta tensione politico-militare, la contesa infinita tra le due superpotenze e le parti economico-ideologiche ad esse connessi.
I due contendenti, ben consapevoli di ciò e con l’opinione pubblica sapientemente pompata dai due apparati propagandistici, catalizzarono l’attenzione di buona parte del mondo, desiderosa di schierarsi da qualche parte senza correre il rischio di farsi troppo male. Fu scelta l’Islanda per la sua posizione geografica più o meno equidistante tra i due Stati ma, devo aggiungere, quella islandese è una conformazione psico- logica che definirei ultra-partes, più che super-partes. Per inciso, la violenza ideologica, verbale e psicologica messa in campo soprattutto da parte americana poté, a mio parere, essere contenuta solo qui, nel Paese degli estremi. Dopo vicissitudini di ogni genere, anche giudiziarie, il vincitore Fischer ha concluso qui la sua esistenza terrena, in una forma di nemesi necessaria a placare e dare riposo alla furia e alla tracotanza di un uomo e di una idea inesplicabile di mondo.
Quarto brano.
«La più lunga delle due strade di Reykjavik corre parallela alla riva e qui si trovano i mercanti e i bottegai, alloggiati in capanni di legno costruiti con travi rosse disposte orizzontalmente; l’altra strada, sita più a occidente, porta verso un piccolo lago, tra le case del vescovo e quelle di altri personaggi estranei ai commerci.»


Nonostante l’apparenza della foto, che cercava spiegazioni o rivelazioni nel cielo incombente con la sua enormità e la sua lontananza, la striscia di terra che si intravede è nel pieno centro di Reykjavík. Si affaccia sul laghetto cittadino, ovviamente popolato da cigni, anatre, edredoni e tante altre specie di uccelli; ti invita a rallentare, qualunque sia l’attività in cui sei impegnato. Tra un museo, il Parlamento e il Municipio, venire qui a fare una passeggiata, o semplicemente a leggere un libro o ascoltare un po’ di musica con le cuffiette – attività per le quali, soprattutto in certi climi meteorologici e psico- logici, mi sento molto portato – lo trovo semplicemente nutriente e corroborante: in breve, il mondo ti sembra sufficientemente remoto e bello da essere vissuto. Le distanze ideali si ripristinano e finalmente non mi sento più compresso da persone, luoghi e incombenze, ma semplicemente libero di essere e sentire. I primi contatti con lo spazio islandese mi riconducono magicamente ad Aristotele, in un balzo temporale e spaziale degno dello straordinario film “2001: Odissea nello spazio” e del più celebrato shock spaziale, temporale e immaginale in esso contenuto, la trasformazione dell’osso di tapiro in astronave ultratecnologica. Il sommo pensatore greco sosteneva, e con lui gli stoici, che il male del mondo emerge quando soffermiamo la nostra attenzione sul dettaglio, perdendo di vista la totalità dell’universo. Ecco, credo che l’Islanda sia una delle vie che conduce alla pura visione del tutto e alla meraviglia del Cosmo.
Il primo impatto con l’Islanda è stato molto “islandese”: un vento fortissimo, il cielo grigio-nero. La strada che dall’aeroporto conduce a Reykjavík è letteralmente poggiata e si dipana sopra cinquanta chilometri di lava; è una esile striscia di asfalto che taglia un terreno fantasticamente brullo, giallo, nero, rugginoso, grigio. Alcune case punteggiano i bordi della strada; ci sono parecchi capannoni industriali, come li trovi nelle periferie di tante altre città. No, non è uguale; c’è qualcosa di diverso; basta guardare qualche metro oltre i radi edifici e torna il senso del vuoto, dello spazio, del confine sfumato.
Anello d’oro: toponimo, eponimo, insomma, l’anello d’oro è una definizione per turisti – traduzione: l’anello d’oro non esiste, se non per ingolosire un certo turismo mordi-e-fuggi, quello da “ci sono stato anch’io”. Forse, insieme a Reykjavík, è la zona più “caotica”, “addomesticata” e civilizzata d’Islanda, ma che placida energia che si respira; probabilmente quello che porterò sempre con me è l’infinita, meravigliosa desolazione che emana da questi territori desertici, spettrali, monotoni nella loro incredibile e austera solennità. E poi l’intimità: l’Islanda è un luogo intimo, poiché consente all’anima di incontrar sé stessa.
Quinto brano.
«L’Islanda, totalmente priva di terreno sedimentario, si compone esclusivamente di tufo vulcanico, vale a dire di un agglomerato di pietre e di rocce di natura porosa. Prima dell’esistenza dei vulcani era fatta di un massiccio di tipo trapp, sollevatosi lentamente al di sopra dei flutti sotto la spinta delle forze centrali. I fuochi interni non avevano ancora fatto eruzione all’esterno. Ma più tardi una grossa fenditura si scavò diagonalmente dal sud-ovest al nord-est dell’isola, fenditura attraverso la quale si riversò a poco a poco tutto l’impasto rachitico. Tale fenomeno si compì, in quei tempi lontani, senza violenza; la fuoriuscita era enorme, e le sostanze fuse, vomitate dalle viscere del globo, si stesero tranquillamente come sterminate pianure e come masse tondeggianti».


Sono arrivato ieri in Islanda e già questa mattina mi ritrovo in quello che, secondo la storia, è il luogo della terra in cui per la prima volta gli uomini hanno provato a darsi una regola civile e “democratica”; le virgolette sono obbligatorie, dato che il concetto di democrazia dell’anno 930 era parecchio differente da quello attuale. È notevole, comunque, che in un periodo in cui ogni dissidio finiva in guerra, qualcuno abbia immaginato forme alternative di confronto. Confesso, però, che l’aspetto più travolgente che ho incontrato in questa valle immensa è la fenditura larga per lunghi tratti circa un metro, che separa la placca americana da quella europea; tutta l’Islanda è attraversata da questa fessura, che qui è visibilissima e che, confesso, invita a fare gli scemi e trovarsi, così, a cavallo di due continenti. Credo di capire perché Gorbačėv, Reagan, Spasskj, Fischer…
Aneddoto minore, ma forse neanche tanto: ho fatto questa escursione insieme a due ragazzi olandesi, uno dei quali forse solo leggermente claudicante, forse meno di quando mi prende il mal di schiena (a proposito, in Islanda mai un dolore o un fastidio, sarà un influsso magico!); giunti in un punto in cui la fessura è facilmente raggiungibile a piedi, il ragazzo olandese meno spedito nella marcia decide di sganciare la gamba protesica e farsi una sorridentissima foto con il corpo in Europa e la gamba un metro più in là, in America. Che leggerezza! Provo a fantasticare su ciò che c’è nell’intimo di quella innocua apertura del terreno: sotto questa piccola trincea c’è, o immagino, un baratro vertiginoso che si inabissa per chilometri e chilometri di rocce in movimento.
Sesto brano.
«La realtà è tale solo se è necessaria. L’uso della parola “realtà” implica una condizione ontologica che non può essere altrimenti. Di conseguenza le immagini devono possedere una qualità di inalterabile necessità, talché la realtà psichica, che consiste in primo luogo di immagini, non può essere costituita semplicemente di immagini postume di impressioni sensoriali. Le immagini sono primordiali, archetipiche, realtà ultime in se stesse, l’unica realtà di cui la psiche ha esperienza diretta. Come tali, le immagini sono le presenze della necessità che hanno preso forma. Sul piano personale, esperienziale, questo implica che, quando cerchiamo che cosa in questo momento determina in modo implacabile la nostra vita e la mantiene in soggezione, è alle immagini delle nostre fantasie che dobbiamo volgerci, dentro le quali sta celata la necessità. Implica inoltre che bisogna stare attenti a non essere troppo “attivi” con le nostre immagini, manipolandole come facciamo per riscattare i nostri problemi. Perché in tal caso l’immaginazione attiva diventerebbe il tentativo di eludere la necessità dell’immagine e i suoi diritti sopra l’anima».


L’esile striscia sottile di conglomerato si inoltra in una terra di nessuno, in cui più che in ogni altro luogo ogni forma è vaga e indefinita. Forse soltanto il mare ha eguali linee spezzate e capricciose come questo paesaggio severo, che ispira una struggente indifferenza ad ogni lirismo; eppure questo deserto ostinato mi emoziona e mi commuove: mi sento dolcemente disarmato come un bambino di fronte all’infinito.
Settimo brano.
«Tutto il visibile è espressione, tutta la natura è immagine, è linguaggio e scrittura geroglifica, con un suo colore (…). Il senso di un linguaggio della natura, il senso di piacere per la varietà che la vita generatrice dovunque mostra, e lo stimolo a una qualche interpreta- zione di questo multiforme linguaggio, o piuttosto lo stimolo alla risposta, è antico come l’uomo. L’intuizione di una unità occulta, sacra, dietro la grande molteplicità, di una madre primordiale dietro tutti i nati, di un creatore dietro tutte le creature, questo mirabile impulso atavico dell’uomo a tornare verso il mattino del mondo e il mistero delle origini, è stata la radice di tutte le arti, e lo è oggi come sempre».


Il primo incontro con l’acqua islandese: comincio a comprendere, o più probabilmente soltanto a sentire, l’importanza dell’acqua in Islanda; è ovunque, abbondante, scrosciante, sonora. Disegna, caratterizza e pervade ogni angolo di territorio, e non posso fare a meno di seguirne l’incedere, e chiedermi da quali terre remote, silenziose e misteriose arrivi, quali memorie e quali vibrazioni custodisca nelle sue molecole, nel suo flusso incessante.
L’acqua, sia essa corrente o stagnante, è ipnotica; l’acqua islandese è ipnotica, magnetica, demiurgica; sento magia in ognuna delle sue molecole; l’acqua ha memoria, l’acqua è memoria. Ogni stilla d’acqua, in Islanda, custodisce visioni e segreti lontanissimi. Tocco l’acqua e mi lascio bagnare come in un atto sacro. L’acqua d’Islanda è la mia ierofania.
Ottavo brano.
«A soli cento passi da Gärdar il terreno mutò bruscamente d’aspetto; si era fatto acquitrinoso e poco favorevole al cammino. Sulla nostra destra le montagne si prolungavano all’infinito come un immenso sistema di fortificazioni naturali di cui noi seguissimo i bastioni; spesso eravamo costretti a valicare dei ruscelli che bisognava necessariamente passare a guado, cercando di non bagnare troppo i bagagli. Il deserto stava diventando sempre più totale; di tanto in tanto però un’ombra umana pareva fuggire in lontananza».


Questa, a mio parere, potrebbe essere una immagine riassuntiva e fedele di una certa Islanda, la variante bucolica e semplice del wilderness: paesaggi dolci, piani, colline appena accennate che spezzano appena la monotonia del paesaggio, una immensa piana alluvionale in cui si situa un grande lago. Ci metti un po’ a capire che si tratta di un lago; sembra piuttosto un dedalo di larghi rivoli d’acqua, una sorta di enorme palude. Appena stabilizzi lo sguardo, però, capisci che i rapporti sono invertiti: non è l’acqua che invade la terra, ma viceversa: sono decine di isole basse che punteggiano una enorme distesa d’acqua. È vero, però, che in Islanda l’acqua compare ovunque, in ogni forma, in ogni stagione, in ogni luce: fiumi, torrenti, pozze, acquitrini, cascate, mare, laghi, fiordi, lagune, geyser, pioggia, neve, ghiaccio, grandine, rugiada, nebbia, vapore, fumo…
Nono brano.
«Noi oggi sembriamo essere infinitamente lontani dalla venerazione della natura in questo senso religioso di ricerca dell’unità del molteplice, confessiamo malvolentieri quest’infantile impulso originario, e quando qualcuno ce lo rammenta facciamo dello spirito. Ma probabilmente ci sbagliamo quando consideriamo noi e l’intera umanità di oggi priva di timore reverenziale e incapace di un’esperienza profonda della natura. Solo che per noi attualmente è assai difficile, anzi ci è diventato impossibile trascrivere così innocentemente la natura in miti e personificare il creatore in modo così puerile, adorarlo come padre, come altre epoche hanno potuto fare».


Una delle cascate più famose, Gullfoss, “cascata dorata”; un fronte estesissimo, un rombo assoluto, che cresce e si espande man mano che ci si avvicina. Dopo un poco di tempo che le stai vicino ti sembra di farne parte integrante, con gli spruzzi, le bizze dei mille flussi che cozzano, evitano e levigano le rocce; l’acqua che crea fantasmagorici arcobaleni, e infiniti sentieri liquidi, capricciosi e furiosi nel cercare il basso della gola invasa da questo potentissimo muro fatto da miliardi di piccole gocce che incedono ora compatte, ora frastagliate dalle pietre o dalla loro stessa forza. È uno spettacolo ipnotico, impossibile da contenere con lo sguardo o con la mente; è un esercizio di abbandono alle energie primordiali, uno spettacolo che scuote l’anima: il rumore del mondo vira nel suono dell’acqua.
Decimo brano.
«Ed invero “la fervente vulcanica materia, accesa nel sotterraneo focolare, matura già ad aprirsi uno spiraglio novello, concentrando le sue forze, [aveva vinto] finalmente la resistenza causata dalla molecolare affinità della calcarea roccia; la fesse e screpolò in più punti con urti iterati”, scriverà poi padre Farina con alata prosa chimico-fisica».


Il nero viscerale si congiunge con il cristallino dell’aria che ne schiarisce l’anima; la sensazione che provo, in questo campo fumoso, è l’irrequietezza del terreno che si trasmette all’aria e alla mia psiche. Irrequietezza e indifferenza: sono queste le due parole che risuonano ossessivamente; da un lato provo per un attimo l’illusione che tutto quel che vedo, che sento, sia uno spettacolo allestito per i (pochi) spettatori presenti insieme a me. Poi, realisticamente e umanamente, comprendo l’enorme divario di forze tra me e la Natura, che segue un corso al quale appartengo solo incidentalmente. Ogni senso è sollecitato ad ascoltare, guardare, annusare… uno spettacolo totalizzante e senza tregua.
Undicesimo brano.
«Ma no, qui è all’opera un maestro. Dal vuoto abissale del caos egli lancia in alto, ampia e possente, un’ondata, e sull’ondata emerge uno scoglio, un domicilio isolato nel deserto, un trepidante rifugio sopra l’abisso dei mondi, e sullo scoglio sta un uomo, sta l’uomo, solo nello spazio sconfinato, e nell’imperturbato deserto risuona il battito del suo cuore con un gemito rianimante. In lui spira il significato del mondo, l’infinito informe aspetta lui, la sua voce solitaria diffonde nello spazio vuoto una domanda, ed è la sua domanda che magicamente suscita nel deserto forma, ordine bellezza. Qui c’è un uomo, certo un maestro, ma egli sta scosso e dubbioso sopra l’abisso e nella sua voce vibra il terrore».


Ho preferito, in questa foto, anziché cogliere l’attimo più spetta- colare – l’esplosione di acqua e vapore – fermare il momento di quiete – solo apparente – del Geyser Strokkur (in Islandese “zangola”!); prima e tra le fasi esplosive, in cui l’acqua bollente prorompe spettacolare dal cratere, questa è la fase di stasi transitoria e fragile; tra qualche secondo, un getto verticale di acqua e vapore farà alzare lo sguardo pieno di meraviglia ed antico, puerile incanto. Ci manca solo l’applauso dei presenti (che per fortuna non arriva!). Mi piace, invece, cogliere il preludio, l’attesa, la precarietà, l’invisibile, l’inabissato o semplicemente il non evi- dente, mi piace riflettere su questa istantanea di pace superficiale, che nasconde un movimento e un equilibrio dinamico tra il fuoco, l’acqua, le rocce e, infine, l’aria attraversata, tracciata, squarciata dal getto verticale ed effimero di una colonna di acqua bollente. Ho scoperto che sono soltanto sette le regioni del mondo che ospitano i geyser; questa è una! È gravido di grande emozione il lasso di tempo che separa un’esplosione di acqua dall’altra, forse ancora più intensa rispetto alla manifestazione eclatante del getto d’acqua; in quei minuti di intervallo puoi percepire – se lasci fluire le tue energie psichiche all’unisono con quelle della terra sotto i tuoi piedi – il crescere ciclico di un accumulo di energia fatta di contrasti tra elementi naturali differenti, che nella loro incontrollabile opposizione, nel loro scontro violento, lasciano intuire il mistero degli elementi, di cui vediamo solo il prodotto finale. È come il compimento di un’opera alchemica, il fugace finale di una sinfonia che si perpetua da millenni.
Dodicesimo brano.
«Ma all’improvviso: la luna. All’improvviso: la serietà. All’improvviso: la vertigine. Quando levammo la testa al di sopra di un dosso la parola mi abbandonò per qualche istante. Deglutivo, deglutivo e cercavo la mano di papà, ma papà cercava i pulsanti del registratore; mosse un po’ il piede nella ghiaia tenendo il microfono vicinissimo al suolo, respirò pesantemente per mostrare la difficoltà della nostra escursione. Poi, a bassa voce, incominciò: “Ci troviamo finalmente sulla luna. A una distanza di qualche centinaio di metri vedo tre astro- nauti vestiti di bianco…”. Era vero. Più giù, sulla ripida parete del cratere, si muovevano tre esseri viventi. I loro volti erano nascosti da enormi elmi con visiere di vetro, arrancavano verso il fondo e io avrei voluto gridare perché non capivo quel che capisco ora: che la vita non è quel che sembra. Nient’affatto. È qualcosa di completamente di- verso. Non è fatta delle parole che utilizziamo, scorre al di sopra, al di sotto, attraverso tutto quello a cui diamo nomi, la vita stessa è una costruzione in movimento, all’interno di una dimensione diversa da quella in cui crediamo di vivere: strato sottilissimo di muschio sulla superficie delle pietre, spore a stento visibili su quelle centinaia di milioni di anni che non sono nulla nemmeno loro. Avrei voluto gridare, perché mi pareva di vedere quegli esseri – e noi, e tutti quelli che non vedevo – inscritti entro un angusto cerchio temporale nel mezzo del caos atemporale che definiamo realtà, e – ancora, come un balbettio dentro di me che non ha più smesso – un’atemporalità senza mesi, anni e orari, solo un velo leggero che ci avvolge. Un’unghia basterebbe a strappare in due il nostro cosmo…».


Quello che mi ha colpito di quel momento – e che in parte la foto ha immortalato – era la presenza di una sola persona, oltre me; si vede la piccola sagoma sullo sfondo. Un fugace gesto di saluto con la mano e poi entrambi a girovagare tra fumi, bolle, soffi, stasi, tremori, come a cercare qualcosa, o cercare di capire qualcosa. Superati i primi minuti di stordimento da sollecitazioni visive, acustiche, olfattive, ho preferito sedermi su di un masso e respirare, e lasciarmi respirare: il mio respiro e quello della terra; il mio respiro è quello della terra.
Tredicesimo brano.
«Entro in una chiesa abbandonata per parlare con Dio, e ottengo risposta. Cedono con decisione la mia resistenza, nonché la ma incessante complicazione. Il legame con il più forte, con il padre, il bisogno di sicurezza, oppure il bisogno di svelarlo come una voce beffarda proveniente dai secoli passati. Il dramma si svolge presso l’altare maggiore demolito di quella chiesa abbandonata.
I personaggi si materializzano e scompaiono. C’è sempre quell’Io al centro che minaccia, s’infuria, prega, che cerca chiarezza nella con- fusione. Che cerca di fare uno spettacolo diurno e notturno accanto all’altare maggiore (…). L’Io entra nella chiesa, chiude la porta e lì si ferma, animato da un fervore religioso. I silenzi disperati della notte, le tombe, i morti, le canne dell’organo mormoranti, i topi, l’odore di caducità, la clessidra, la paura che viene, proprio quella notte. È il Getsemani, la crocifissione, il giudizio. “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato”. L’io lascia, dubbioso, dietro di sé la sua vecchia pelle, quel grigio nulla».


Le chiese sono sempre ordinatissime, talvolta un piccolo cimitero si appoggia ad esse, consegnandosi come un minuscolo lembo di terra in cui i morti e i vivi trovano pace. La mia fantasia corre, galoppa; immagino di immergermi in un film di Bergman, dove il silenzio, attraversato da muti turbamenti e bassi toni di grigio, regna indisturbato e meditabondo; dove la notte precocemente scalza il giorno, e lasciando le terre del mistero, scende il “popolo nascosto”, che scruta all’interno di piccole case fiocamente illuminate, strette, rannicchiate, quasi a chiedere conforto a chiesette bianchissime, solide e severe nella loro essenzialità.
È nel silenzio che si crea il legame tra queste cellule di vita.
Quattordicesimo brano.
«Montagne, lago, tempesta e sole erano miei amici, mi facevano racconti e mi educavano e per lungo tempo mi sono stati più cari e più familiari di qualsiasi essere umano e umano destino. Ma le mie predilette, quelle che preferivo al lago scintillante e ai mesti pini silvestri e alle rupi assolate, erano le nuvole (…). Sono tenere, delicate e mansuete come anime di neonati, sono belle, ricche e generose come angeli benefici, sono scure, ineluttabili e irreparabili come messaggeri di morte. Si librano argentee in diafani strati, veleggiano serenamente bianche con orli dorati, sostano in riposo colorate di giallo, rosso, azzurrino (…). Si librano tra il cielo divino e la povera Terra come belle metafore di ogni nostalgia umana, appartenendo a entrambi – sogno della Terra, nei quali essa stringe la sua anima contaminata al cielo puro».


Dopo non so quanto tempo incrociamo un’automobile; come spesso mi succede, ad esempio quando guardo gli aerei alti nel cielo, mi chiedo da dove arrivi quell’auto, chi siano i passeggeri, da dove provengano, dove siano diretti (è soprattutto l’origine, però, ad innescare la mia fantasia), cosa pensano, cosa pensano quando incrociano la nostra automobile. L’incontro raro in questi luoghi maestosi e di- stanti attiva in me un bisogno innato di protezione e rispettosa tenerezza verso l’Islanda. Pur nella sua imperfezione, questa foto contiene alcuni elementi che si sono indelebilmente impressi nelle mie retine e nei miei sogni ad occhi aperti: la striscia d’asfalto nerissimo, sempre pulita e ben segnata, che attraversa campi ora gialli, ora rossastri, ora verdi, ora nero-grigi, nuvole veloci che vengono incontro, sagome montuose scure e spaventosamente vuote di vita apparente. Il mare, in questo caso – ma potrebbe ugualmente essere un lago o un torrente – che segue costante la linea della riva, che solo raramente ti invita ad avvicinarti; preferisci – o meglio, preferisco – rimanere a distanza e osservarne nell’insieme l’apparente calma: un elemento estraneo ma inevitabile. Oltre il mare, al di là dell’orizzonte e ancora oltre, c’è il Polo Nord.
Quindicesimo brano.
«Il sabato 20 giugno, alle sei di sera, raggiungemmo Büdir, borgata situata sulla riva del mare, e qui la guida pretese la paga che era stata stipulata e che mio zio si affrettò a consegnargli. Fu la famiglia stessa di Hans, vale a dire i suoi zii e i suoi cugini, a offrirci l’ospitalità (…). Il terreno già accusava la vicinanza della montagna, le cui radici di granito uscivano dal suolo, simili a quella di una vecchiaquercia. Stavamo aggirando l’immensa base del vulcano. Mio zio non lo perdeva di vista; gesticolava di continuo e quasi pareva volesse sfidarlo e dire: “Ecco il gigante che io domerò!” Infine, dopo quattro ore di cammino, i cavalli si fermarono da soli alla porta del presbiterio di Stapi».


Ci siamo. Eccolo. L’ho letto, visto, immaginato, desiderato, sognato e temuto mille e mille volte; ora, al suo cospetto fisico, mi sento piccolo, privilegiato, felice ed appagato, solo ed in comunione con quel mondo fantastico che le mie fantasie da bambino, da adolescente e da adulto, hanno percorso e di cui si sono nutrite. Non sapevo cosa avrei trovato, né cosa avrei provato, anche perché la “visita” allo Snæfell è stata una sorpresa, un bellissimo regalo riservatomi da Arsæll. Non immaginavo che, oltre la retorica, oltre la gioia, oltre ogni idea preconcetta, mi sarei trovato al cospetto di Sua Maestà! È stato come immergersi in cinquant’anni di vita, un condensato di ricordi, sogni, emozioni che hanno attraversato la mia fanciullezza, la mia adolescenza, la mia intera esistenza. Lo Snæfell l’ho toccato, respirato, contemplato.
Quindicesimo brano.
«Fortunatamente dopo un’ora di fatiche e di sforzi, in mezza al vasto tappeto di neve disteso sulla groppa del vulcano, si presentò inaspettatamente una specie di scala che facilitò di colpo la nostra ascensione. Era formata da uno dei tanti torrenti di pietra vomitati dalle eruzioni e che in islandese si chiamano stinâ. Se questo torrente non fosse stato fermato nella sua caduta dalla disposizione dei fianchi della montagna, sarebbe precipitato nel mare ove avrebbe formato nuove isole».


Senza una parola, limitandosi ad indicarmi una fenditura quasi invisibile tra quel mosaico cromatico che fa girare la testa, il mio amico ed io ci avviciniamo al Gigante. L’aria è molto fredda; più mi avvicino alla parete, più ne colgo l’altezza, ma soprattutto la trama; se da lontano appariva compatta, piatta e impenetrabile, adesso ne colgo sempre più le irregolarità, le rientranze, i crepacci e l’acqua che la pervade e la attraversa ovunque. Raccolgo le pietre da terra, rendendomi conto di avere esagerato; sono troppe e troppo voluminose e pesanti, ma sono pietre mirabili, ognuna di esse lo è; ognuna di esse è uno Snæfell.
Sedicesimo brano.
«Il giovane arrivò alla parete rocciosa che si ergeva sul suo sentiero e la seguì per un breve tratto. Il giorno era quasi trascorso (…). Ai piedi della scarpata notò tuttavia un punto di sosta ottimale, con molta erba, riparato dalle intemperie, e cominciò a riflettere sul da farsi (…). Poi sulla parete rocciosa distinse l’ingresso di una caverna, poco lontano da dove si trovava: trasportò lì dentro tutte le sue cose, a breve distanza dall’imbocco, sistemò il bagaglio e si mise a mangiare. Nella grotta era buio pesto, ma mentre Jón era intento a consumare il suo pasto sentì un uggiolio all’interno, in profondità (…). Si accorse subito che si trattava di una trollessa grande e grossa, che in quel buio pareva quasi rilucere tutta».


Un ruscello, uno dei mille ruscelli, fuoriesce dal ventre del Vulcano; risalendone la china, arriviamo ad una fenditura sul fianco del costone di roccia, che nasconde una camera dalla volta altissima e non più grande di una stanza. Lì dentro, qui dentro, in mezzo alle pareti coperte di muschio e bagnate da stille d’acqua che grondano ovunque – sarà una ingenua illusione, ma funziona -, senti il respiro del Vulcano, dell’Islanda, della Terra. Sento il mio Respiro. Sono ubriaco d’emozione, annichilito e rivitalizzato da tanta energia sacra. Sono in un Tempio.
Chilometri, decine di chilometri disabitati in cui solo i muschi, i licheni e qualche specie di ginestra riescono ad attecchire. L’occhio si perde nel nulla, cercando di cogliere qualcosa, qualcuno, un semplice movimento; improvvisamente, nel nulla, dal nulla, si materializza una casa, isolata, oppure una chiesetta, linda, colorata, pronta ad accogliere i fedeli che non si sa da dove debbano provenire.
Diciassettesimo brano.
«Mi trovavo in vetta al picco dello Sneffels e di lassù si scorgeva la maggior parte dell’isola (…); vedevo le profonde valli incrociarsi in ogni senso, i precipizi scavarsi come pozzi, i laghi mutarsi in stagni, i fiumi in ruscelli. Sulla mia destra era un susseguirsi senza fine di ghiacciai e di vette, delle quali più di una si impennacchiava di sottili fumate. Le ondulazioni di queste montagne a non più finire e che gli strati nevosi sembravano rendere spumeggianti, mi ricordavano la superficie di un mare in tempesta. Se mi volgevo a occidente, l’oceano, che qui si stendeva in tutta la sua maestà, pareva una continuazione di quelle cime tondeggianti. Il mio sguardo non riusciva più a capire dove finisse la terra e dove incominciassero i flutti».


L’orizzonte, in Islanda, è molto distante, più di ogni mia esperienza precedente, un po’ per una oggettiva nitidezza, un po’ per disposizione d’animo; a volte è fatto di montagne, talvolta di pianure e valli di cui non vedi la fine, altre volte è il mare a comporne i confini; un mare deserto, terrifico nella sua inarrivabile solitudine, che fronteggia spiagge disabitate, alcune delle quali, come questa nella fotografia, sono immense, lunghe, profonde. Il mare d’Islanda è un medium psichico, oltre che fisico: separa il mondo reale dal mondo del sogno, ed egli stesso è in parte reale ed in parte sogno, concreto nella sua forza e nella sua immensità, remoto e sfuggente nella sua distanza, nei suoi contorni brumosi e sfumati, che digradano verso l’infinito, verso il centro del Sé.
Sedicesimo brano.
«Per me questo è sempre strano, incomprensibile, e più entusiasmante di tutte le questioni e i fatti della cronaca e dell’ingegno umano; come una montagna si alza al cielo, come i venti si calmano nel silenzio di una valle, come le foglie gialle delle betulle scivolano dal ramo e stormi di uccelli passano nell’azzurro. Allora l’eterna enigmaticità ci afferra in modo così umiliante e dolce il cuore, che si depone tutta l’arroganza con cui di solito si parla dell’inesplicabile, senza tuttavia definirlo, ma si accetta con gratitudine tutto e – umili e orgogliosi – ci si sente ospiti dell’universo…».


Helgafell, la Collina Sacra. Ai piedi di un luogo sacro, ostile e poderoso come lo Snæfellsjökull, questa collinetta fa quasi tenerezza, così esile, elegante e “finita” nella sua involontaria leziosità, solenne, circolare e mandalica: la puoi abbracciare senza impegno con un’occhiata. La sua anima totemica portava i locali a diffidare i forestieri dal rivolgerle lo sguardo prima di essersi lavati. È un vero mandala; nessuno, infatti, poteva essere ucciso su questa montagna, nemmeno un animale; sin dai primi abitanti che si insediarono nella zona, a partire da Þórólfur in poi, c’era la fede di poter accedere all’interno di Helgafell alla fine dei giorni terreni.
È stato bello scoprire che in questo luogo sacro – la cui vista è semplicemente straordinaria – è possibile, dopo aver conquistato la vetta (saranno duecento metri di altezza) aver esaudito tre desideri, a patto di rispettare il silenzio (ancora il silenzio), volgere lo sguardo ad oriente e non voltarsi indietro, come una riproposizione nordica del mito infernale di Orfeo ed Euridice.
Morte rituale ed espiatoria, hieros gamos, per riunire in un mistico dialogo regioni umane e divine presenti in me, verso una totalità, verso una participation mystique, alla ricerca di una identità con il dio, con il Cosmo.
Vódur, Snæfells Peninsula. Cosa è accaduto oggi? È sembrata una galoppata dentro un sogno, dentro il Sogno, in uno di quei sogni in cui non dipani il discrimine tra il vero e l’irreale, come in un olografico, ipnotico dormiveglia. Arcobaleni incessanti, cascate che tornano indietro, sospinte dal vento che non sospetti, ma che lì, in cima al crinale, sovverte ogni regola attesa. Rispetto il silenzio, ché ogni parola turberebbe un equilibrio antichissimo nella sua precarietà, e la benefica, umanissima precarietà di questo mondo si riverbera nella mia anima. Mi sento compenetrato dalla natura e dal suo manifestarsi così drammatico, insieme dolce e violento. Il mio Sé è proiettato su ogni elemento della Natura: sono Pietra, sono Acqua, sono Erba, sono Vento.
Diciassettesimo brano.
«Procedevamo intanto di buon passo; il paesaggio era divenuto pressoché deserto. Qua e là una fattoria isolata, qualche boer solitario, fatto di legno, di terra o di blocchi di lava, appariva come un mendicante sul ciglio di un sentiero incassato. Quelle capanne squallide sembravano implorare la carità dei passanti e quasi quasi si era tentati di far loro l’elemosina. In Islanda non dico le strade, ma persino i sentieri mancavano totalmente e la vegetazione benché rada non tardava a cancellare i passi dei pochi viaggiatori. Eppure quel tratto di provincia, a due passi dalla capitale, era tra i più abitati e coltivati dell’isola. Che cosa sarebbero state dunque le contrade veramente deserte? Dopo aver percorso mezzo miglio non avevamo ancora incontrato né un contadino sulla soglia del suo abituro, né un pastore selvaggio che pascolasse il suo gregge forse meno selvaggio di lui, ma soltanto qualche mucca e qualche pecora abbandonate a loro stesse. Come si sarebbero presentate dunque le regioni sconvolte dai fenomeni eruttivi, nate dalle esplosioni vulcaniche e dai sommovimenti del sottosuolo?».


L’acqua, il mare, in Islanda, rappresentano uno scenario molto differente da come lo intendiamo noi mediterranei: non è un elemento da vivere, penetrare, usare, violare. Il mare in Islanda non è un luogo di svago o ricreazione; è simile ad una quinta teatrale: come il fondale di un palco, apparentemente non partecipa attivamente alla narrativa del testo, ma senza il quale smarriremmo le proporzioni e il contesto, la figura e lo sfondo. Il mare d’Islanda contiene una vertiginosa premessa di baratro; a volte si staglia netto, compatto, duro e separato dalla terraferma senza compromessi; altre volte è sinuoso, incerto nei colori, nei confini; allora il mare sa di terra e la terra di acqua. Il mare, le acque, ovunque sanciscono l’essenza dell’Isola; il mare è la fine e l’inizio del mandala-Islanda, ne è la membrana che ne contiene gli umori vitali.
Oggi, in Islanda – mi viene duro perfino scriverne il nome, insieme magico e remoto – mi sento di condividere il mondo con il mondo, dal punto più remoto del mondo. So di correre il rischio dell’iconografia a basso costo e a qualunque costo e il rischio della relativizzazione, “tanto più o meno tutto il mondo è uguale a sé stesso”. No. Le cose, la vita, sono uguali o differenti solo se la nostra anima è uguale o differente, sempre uguale a sé stessa e ostinatamente differente e aliena da ciò che ci circonda, o uguale nella risonanza con il palpito dell’universo.
Ieri, con umiltà e deferenza, mi sono avvicinato allo Snæfell, chiedendogli il permesso di poterlo toccare, chiedendogli il permesso di poter sentire tutta l’energia di mille milioni di sassi, di mille milioni di me. Nulla in me è più come prima.
Diciottesimo brano.
«Il piacere di percorrere a cavallo un paese sconosciuto mi rendeva ottimista sull’inizio della nostra avventura e mi abbandonavo completamente alla gioia dell’escursionista, gioia che è fatta di un desiderio misto di conoscenza e di libertà. Incominciavo insomma a rassegnarmi alla mia sorte. “Che cosa rischio, del resto?” mi dicevo. “Viaggerò in un paese tra i più strani; scalerò una montagna fuor del comune e alla peggio scenderò in fondo a un cratere spento! È chiaro che Saknussem non ha fatto altro. Quanto all’esistenza di una galleria che sfoci al centro della Terra si tratta di pura immaginazione! Prendiamo dunque il meglio di questa impresa senza seguitare a recriminare”! Avevamo intanto lasciato alle nostre spalle Reykjavik.»


Terre sconfinate, terre di nessuno, di chiunque le attraversi o di chi, come me, le abbia fugacemente attraversate e le preservi vive nel ricordo, un ricordo dolce e struggente. La più frequente e profonda sensazione che ho provato, durante questo viaggio, è talvolta simile all’agorafobia, talvolta alla vertigine. Le lente vibrazioni dell’automobile innescano uno stato semi-ipnotico in cui rimangono soltanto le fuggevoli immagini di un panorama che a volte mi sembra incontenibile nella sua solenne e silenziosa maestosità. I cavalli sono onnipresenti, piccolini e (apparentemente) indifferenti al mondo visibile. Sono cavalli, e mi sembrano animali antichissimi, detentori di memorie arcaiche.
Li vedi già a distanza, a volte solitari, oppure in coppia, o in gruppi di otto, dieci. Sono fermi, immobilizzati in quello straordinario Nulla che li circonda, disinteressati all’insieme in movimento, o forse sommamente interessati a quello che, mondanamente, io chiamo Nulla, ma che forse per loro è concentrato, condensato in quel punto indivisibile. Le macchine passano loro accanto, il vento impetuoso agita la loro criniera in modo furioso; sembrano rocce vive, palpitanti tra altre rocce, palpitanti in altra guisa.
Giornate luminosissime, aria trasparente, sbuffi di fumo che sostanzia il respiro e ne scandisce il battito.
È sorprendente scoprire che in Islanda il caffè è un rito; il loro caffè, molto lungo, “americano”, serve a fermarsi per scambiare due parole, se si è in compagnia, o solo per sedersi e non parlare, anche se si è in compagnia; durante i momenti di pausa-caffè ho riscoperto il piacere del silenzio condiviso, la libertà di non parlare solo per cortesia o obbligo sociale. In Islanda il rapporto suono-silenzio appare capo- volto, almeno secondo i canoni mediterranei: qui il dialogo, la chiacchiera, la parola, sono parentesi vocali che si innestano quasi accidentalmente nel silenzio primordiale islandese. Il silenzio dell’Islanda è un silenzio naturale, non totale, quindi; in Islanda il silenzio è fatto di sbuffi di vapore, di scrosci o stillicidi di acqua precipitante, di versi di uccelli che conoscono i misteri delle correnti ascensionali, di mare schiumante che si infrange sulle rocce e fa rotolare sassi rotondi, di sibili di vento che soffia libero o che si intrama nelle rocce tra gli esili ed incessantemente fruscianti steli d’erba o nel tessuto dei vestiti.
Diciannovesimo brano.
«Quello che più le toccava il cuore, il profondo del cuore, e la riempiva di un’emozione primordiale, tanto da sentire di poter abbracciare tutto, erano i versi sul dolore che nasce nel cuore quando i sogni non si sono avverati, e sulla bellezza di questo dolore. La poesia sulla nave che sta adagiata in riva al mare freddo in autunno, quella era la sua poesia; e sull’uccello che cerca di acquattarsi in qualche riparo, implume, anche lui in autunno, che si affanna nel maltempo e ha perso il canto e la via; o sull’arpa, che trema appesa al muro e piange l’uomo che la suonava – tutto questo lei lo comprendeva bene».


Siglufjörður: questo delizioso villaggio è noto come uno dei luoghi più importanti d’Europa per la lavorazione delle aringhe, anche se oggi tale industria ha volumi sensibilmente ridotti, ma l’aria è intensamente impregnata, e l’odore lo sottolinea decisamente. Ci arrivo di domenica pomeriggio; c’è una pace che per le mie latitudini mentali mi appare innaturale. Alla caffetteria famiglie che fanno merenda, persone sole o in compagnia che leggono o, semplicemente, guardano fuori. Intorno, le montagne sembrano non dare via di uscita – infatti ci serviremo di un tunnel lunghissimo ma, soprattutto, strettissimo e “a roccia viva”, per superare questi enormi bastioni di roccia e sfociare nel fiordo profondissimo che ci porterà verso Akureyri, adagiata alla sua estremità. Il mio senso di meraviglia si rinnova al pensiero che, in un luogo così remoto – questo è realmente remoto – esista una comunità di anime che conducono la loro vita, fatta di lavoro, di casa, di scuola, di sport, di famiglia, di quotidianità che, agli occhi di un palermitano versato all’emozione e già perdutamente innamorato dell’Islanda, sembra impossibile e perfetta: il mio mandala.
Ventesimo brano.
«Da bambino possedevo un libro illustrato, dov’erano riprodotti monti e fiumi, campi di spighe e prati alpini, e i loro colori erano così smaglianti e intensi e stupendi che io dubitavo ci fossero realmente sulla Terra, in qualche posto, contrade così ridenti e belle. E a lungo ho ritenuto il mio libro illustrato, sul serio, più bello di ogni realtà. Finché una volta, in un caldo giorno di primavera, di un azzurro elettrico, mio padre mi portò a fare una gita. Quel giorno accadde che i miei occhi si schiusero, vidi montagne e bosco più luminosi e splendidi delle più belle illustrazioni e per la prima volta concepii uno stupefatto, tenero amore per la Terra che solo in anni più tardi è tornato in me e da allora assai spesso m’ha afferrato con l’irresistibile nostalgia del viandante per la propria casa».


Sono alla testa del fiordo di Siglo; l’aria è fredda e immobile. Lì, sempre dritto, in fondo, in fondo, in fondo, c’è il Polo Nord. Siamo a poco più di un’ora da Akureyri, non vedo l’ora di arrivare alla mèta finale, ma vorrei non andar via da questo posto magico. L’”attesa” di Akureyri è la più bella e inavvicinabile condizione dello spirito, vorrei che questa sospensione, questo viaggio, non terminassero mai, e rimanessero un fragile stato della mente e dell’anima. È nella incertezza, nella tensione e nelle pieghe del viaggio che, forse, la felicità gioca a rimpiattino.
Ventunesimo brano.
«(…) Ma Ásta Sóllilja, è lei che si libra sulle ali della poesia in quelle sfere che aveva percepito come in un mormorio lontano una notte di primavera dell’anno precedente, quando aveva letto della Bambina che percorse le sette montagne; quel mormorio era diventato all’improvviso musica alle sue orecchie, e l’anima della ragazza trovava qui per la prima volta la propria origine e il proprio lignaggio; felicità, destino, dolore, comprendeva tutto; e molto altro.
Quando uno guarda una pianta in fiore crescere snella e solitaria in un’area desertica in mezzo a centomila pietre, e la trova solo così, per caso, allora ci si chiede: com’è che la vita cerca di farsi strada?»


Il fiordo di Akureyri ha i contorni dolci, punteggiati da casette, piccole fattorie, qualche piccolo capannone bianco, uniti da stradelle esili, timorose, che sembrano non portare da nessuna parte, percorse raramente, eppure segnalate in modo puntuale, come a ricordare agli abitanti di quell’unica, piccola casa posta alla fine del viottolo – probabilmente gli unici a percorrerla – il nome della contrada in cui vivono. La domesticità dei luoghi e dei terreni, qui così dolci, arrotondati e in parte coltivati, è contrastata, forse anche squarciata, dalla solennità assoluta e remota delle colline, delle montagne, dei laghi e dei torrenti distanti solo qualche centinaio di metri: basta allontanarsi di pochi passi per piombare in una realtà parallela; tutto diventa remotissimo, selvaggio, ostile, inarrivabile, ma che su di me esercita un fascino e un’attrazione imbarazzanti, che mi risuonano suadenti nella loro desolazione perfetta. Nell’imbarazzo ritrovo echi del fanciullesco pudore che provavo da bambino quando, ascoltando una canzone “speciale”, così speciale da farmi arrossire per la stupefatta eccitazione di quell’ascolto insopportabilmente bello, mi nascondevo dietro la tenda del soggiorno per proteggermi dallo sguardo degli altri, per non dovere “spiegare” l’indicibile, l’inspiegabile e l’ineffabile.
È parecchio strano avere la consapevolezza di entrare nel Sogno: poche, pochissime volte nella vita ho vissuto simili sensazioni legate a luoghi fisici; quando ciò è successo, tutto è durato poco, quel poco che, come la sveglia del mattino, impedisce di portare a termine un meraviglioso racconto onirico che temi non tornerà più. Ricordo con nitida memoria la Svizzera invernale del 1974 e, con altri strumenti, più “adulti” (ahimè), nel 1986, ancora la Svizzera.
Nel 1974 piombai in un luogo fisico che era un luogo dell’utopia, la mia utopia: il posto perfetto, dove tutto era ben fatto, ben messo, ben pensato. Gli odori erano perfetti, i suoni, i colori, le persone, tutto perfetto. Avevo varcato i confini di un altro mondo che mi era stato raccontato dai sogni, dalla fantasia, dal desiderio e dalle cartoline illustrate.
Nel 1986 era diverso, ma sempre uguale: alla magia dei dieci anni, una magia candida, meravigliata e assoluta, inebriata del presente che mi lasciava attonito, era subentrata un’altra magia, quella dei ventidue anni, che profumava di opportunità, di libertà e di neve, quest’ultima l’unica vera costante tra i due attimi di vita.
Ventiduesimo brano.
«Sì, sussurrò lui, questo è il regno dei cuori innocenti, strano come dovesse toccarmi una cosa del genere, specialmente dopo che uno ha visto l’illusione del mondo in grandi ambienti, come me – poi sospirò e aggiunse: Sì, sì, il mio piede ha camminato per terre lontane, si è arrampicato per le erte pendici del disaccordo nel mondo gremito dell’amor di sé, dove il batter d’ali dello spirito umano non ha tregua; dove il freddo glaciale della solitudine scorre sopra la quotidianità rivestita di muschi, privo di innocenza o riposo; senza amore. E adesso invece trovo che tutto tornerà a essere buono».


Potrei dire che l’effetto lisergico fosse voluto, ma chiaramente non è vero! Qui sono seduto sui gradini di ingresso della “mia” casa ad Akureyri; la mattina avevo chiesto ad Arsæll se, secondo lui, fosse la giornata propizia all’aurora boreale, e lui, con la solita, prolissa retorica-fiume degli Islandesi (!) mi aveva risposto, come si risponde ad un bambino impaziente: “Could be, could be!” Lui stesso, verso le 19, mi ha chiamato per invitarmi a guardare fuori, e questa foto è un ignobile tentativo di fermare l’attimo: patetica hybris, è stato come voler fermare il vento con una retina per farfalle. Sembrano brandelli colo- rati di zucchero filato, che si dipanano e stirano e avviluppano nel cielo, seguendo capricciose ed invisibili rotte aeree. È uno spettacolo primordiale, inafferrabile, spiazzante nella sua poetica universale. Non sono riuscito a spostarmi fuori città per godere appieno dell’aurora in pieno buio – in Islanda il buio è nero-nero – ma anche così è uno spettacolo che lascia attoniti nella sua silenziosa immensità e rende bambini, dolcemente sottomessi all’Infinito. È uno spettacolo en plein air, che semplifica il silenzio o, al più, sommessi commenti con chi ti sta accanto, presagendo il prossimo capriccio cromatico del cielo gelido del Nord, mentre gli abitanti vivono con indifferenza la loro vita di tutti i giorni, come i Veneziani sembrano ignorare l’apoteosi d’arte che li circonda e penetra.
Ieri ho visto la mia prima aurora boreale; cosa dire, nel mio immaginario di adulto-bambino-adulto l’aurora boreale è “il Nord”; il Nord totale, fatto di silenzio, ordine, freddo e una dolce e impalpabile nota di malinconia; quella lentezza che non è figlia della pigrizia, ma sembra assecondare i ritmi della natura. Faccio mia una considerazione di James Hillman, quando scriveva che continuiamo a vivere nelle immagini che lasciamo agli altri, oltre la vita terrena; ecco, credo che la stesura di questo povero libercolo nasconda, ma neanche tanto, il desiderio di lasciare di me qualcosa di intangibile in una forma concreta.
L’aurora boreale lascia senza fiato; è un fatto assoluto.
Ventitreesimo brano.
«Non avere alcun timore per me, vecchia, è venuto il momento di riposarmi dai fuochi fatui della civiltà per un po’, sussurrò l’ospite modestamente. Ho trascorso tanto tempo nel nostro grande mondo e ho osservato l’oceano della vita umana. Quando le cose stanno come stanno, come nel mio caso, uno comincia ad anelare a un piccolo mondo dietro i monti, a una vita semplice e beata come quella che si svolge in questa stanza; non è da tutti poter arrivare fin qui, il mondo non allenta volentieri le grinfie dalle sue prede».


Il pomeriggio, uscito dall’Università, vado dalla parte opposta della città, oltrepasso la chiesa e mi fermo su questo piccolo spiazzo, prima dell’orto botanico e della piscina. Per arrivarci si percorre una strada in leggera salita e si passa davanti ad alcune spettacolari case degli anni Venti. C’ è una panchina e da qui, ascoltando tante e tante volte David Sylvian, una lancinante, drammatica e accorata “Awakening”, oppure “Nostalgia”, e mi smarrisco in una dimensione circolare, per ritrovare me stesso. L’acqua del fiordo è placida, indifferente al mio sguardo, speranzoso di cogliere, soltanto io, prescelto tra tutti, chissà quale meraviglia acquatica; dopo un po’ comprendi che ogni particolare banale compone un insieme sereno e discreto in cui sentire il lontano chiacchierio di due bambini appena usciti dalla piscina, una barca che torna lentamente in porto, e scoprire che il rumore distante di un auto che proviene dal vicino aeroporto può rientrare in un ordine sonoro in modo quasi naturale.
Sono sul “belvedere” di Akureyri, vicino il giardino botanico (la definizione di “belvedere” è mia; non credo che, se ad un abitante di Akureyri chiedeste di indicarvi il belvedere, vi saprebbe indicare un luogo preciso). L’acqua del fiordo è piatta come nemmeno quella di un lago potrebbe essere; mi arriva un senso di profonda pace. Ogni mia cellula ne è pervasa. Le persone, qui, sembrano sempre avere del tempo, soprattutto per sé, per guardarsi intorno, o solo per camminare senza alcuna fretta; non so se sia veramente così, ma la sensazione più diffusa è che in Islanda il tempo non va rincorso. La mia proiezione mi farebbe pensare e dire che la presenza così incombente, così pervasiva, così totalizzante, così inevitabile della Natura, spinga le persone a percepirne, rispettarne ed assecondarne il palpito nucleare, che risuona con la natura, con la essenza di ciascuno di essi.
Ventiquattresimo brano.
«(…). Comincia a cadere una pioggia fine e freddissima. L’argine dall’altro lato del fiume svanisce nella nebbia. Una notte arrivò la neve. Il fiume divenne ancora più nero, il verde e il giallo della vegetazione sparirono. Il vento cadde, tutto divenne silenzioso e soggiogante. Il bianco accecava nonostante la penombra, perché colpiva l’occhio dal basso, là dove non aveva protezione».


Quella lì in fondo è Akureyri poco prima dell’alba (cioè circa le 9!); sono sulla riva opposta al fiordo, in direzione del Lago Mývatn. Sento nell’aria l’odore della neve, ho imparato a percepirne l’arrivo. Appena oltrepassi la lingua di terra che unisce i due fianchi del fiordo e che costeggia la testa della pista dell’aeroporto, sembra di inoltrarsi in un territorio lontanissimo dalla civiltà, pur avendo percorso soltanto un paio di chilometri. Un ultimo sguardo ad Akureyri, alla superficie dell’acqua, all’orizzonte ancora per poco lontano, quindi mi accingo con l’auto a percorrere la strada che, fatti altri pochi chilometri sulla dorsale del colle che lambisce il fiordo, mi immerge in un’altra realtà, remota, selvaggia, solenne, spettrale, magnifica; ad una svolta della strada, infatti, cambia tutto: l’asfalto si inerpica lungo il fianco della collina, dentro un susseguirsi di gobbe laviche prive di qualunque vegetazione. Il mare sereno del fiordo è in breve soltanto un ricordo, verso cui decine di torrenti – che seguono, solo in modo più capriccioso e a tratti nascosto, lo stesso sentiero, lo stesso costante e progressivo pendio che percorro con l’auto – corrono in direzione opposta alla mia per congiungersi infine con esso. I successivi venti, trenta chilometri saranno il Nulla più folgorante che io potessi immaginare, fatto di creste capricciose e scostanti, immense valli di cui non vedo la fine ma di cui percepisco la sacralità nascosta, nelle quali il deserto assoluto emana una lancinante, dolorosa, perfetta bellezza. E torna l’oscuro e dolce desiderio di smarrirsi in questa valle, giù alla mia sinistra, la cui vastità è fin troppo grande per i miei sogni da bambino.
Voglio abbandonarmi all’abbraccio della Madre Terra; accosto l’auto e mi allontano appena qualche metro dalla strada. Ho le vertigini e una sensazione di commossa, arrendevole euforia; mi siedo su una grande pietra levigata dagli elementi naturali e come un umile sherpa nepalese rinuncio a compiere altri passi che potrebbero quasi sembrare sacrileghi: rinuncio alla vana conquista, come al cospetto di un tempio sacro o di una inviolabile cima himalayana.
Molte persone, in Islanda, sembrano come gli innumerevoli cavalli che si incontrano un po’ ovunque per tutto il Paese: lo sguardo fisso, il corpo immobile, proteso verso il Nulla, o verso una direzione che io non percepisco. Arsæll è una persona estremamente cordiale, noi del sud dell’Europa diremmo “calda”: è affettuoso, premuroso e gentile. A volte, però, sento il suo naturale bisogno di eclissare ogni pensiero; il corpo si ferma, lo sguardo cambia, diventa più serio, forse anche più contratto o corrucciato, e ti accorgi, o forse è solo una mia proiezione come tutto il resto, che non sta più guardando “fuori”, ma in un’altra direzione che non conosco, in cui non posso, né voglio accedere, ma che posso soltanto intuire. Durante il lungo viaggio che da Reykjavík ci ha portato ad Akureyri, attraverso la Penisola dello Snæfell, Stykkishólmur e la cena in un ristorantino così accogliente e spontaneamente scenografico da sembrare finto, Vógur e l’immacolato (e isolato) lodge in cui Arsæll ed io eravamo gli unici ospiti del gestore ungherese e di una cameriera italiana, e poi ancora Syglufjörður, incastonata tra severe, minacciose montagne nere e bianche e il cupo mare del fiordo (il mare del fiordo ha colori e umori differenti dal mare aperto; non è mare, non è lago), ecco, durante questo viaggio ho attraversato, ho sondato regioni del mio Sé che non immaginavo potessero esistere o essere soltanto sognate o evocate. E poi le varie soste per far benzina o soltanto per donarsi il pretesto per dedicarsi quei lunghi, silenziosi caffè; in quelle pause, in quei caffè, puoi trovare, se lasci spazio dentro e intorno a te, un piccolo varco per ritrovare la tua anima e per svelarne ogni aspetto che il frastuono del mondo nasconde ai sensi. Dopo averne letto mille parole in mille fogli bianchi, oggi, semplicemente, ho provato la libera sacralità del silenzio e la consolante grandezza del Divino.
Venticinquesimo brano.
«Accadde nel giorno del solstizio, il giorno si oscurò nel corso della mattina, le nubi appese ai fianchi della montagna minacciavano neve, niente chiarori strani nell’animo né sul paesaggio, solo un breve mezzodì che calò all’istante, pure non è un buio da poco, quello che serve per avvolgere un mezzodì così breve.»


La chiesa di Akureyri, secondo alcuni, è brutta; certo, non sarà ricordata dai posteri come una meraviglia artistica dell’umana genialità. Secondo me, è semplicemente una chiesa del Nord, dove la comunità trovava protezione e dove oggi trova un luogo sacro in cui le persone si fanno comunità. Nei piccoli centri la parola “comunità” assume vibrazioni speciali, in specie nei luoghi come Akureyri, piccoli, isolati ed esposti alle durezze e alle incertezze del clima. Nelle severe ed essenziali chiese del Nord non si entra per ammirare il sacro nell’arte di chi le ha realizzate, ma per ritrovare il sacro dentro di sé insieme agli altri, con cui si condividono i visi, i ritmi, il freddo, le stagioni, le paure che non hanno nome.
Nelle chiese del Nord si accede in un luogo dove le persone trovano ristoro per l’anima e una transitoria pace dalle paure del Buio; ecco perché il silenzio, la compostezza e l’attenzione con cui si partecipa alle funzioni, o semplicemente ai canti di Natale. E non sentirsi stupidi, né intrusi, a condividere un attimo di eterno, un soffio solenne, a leggere i salmi e cantarli insieme agli altri convenuti in una lingua sconosciuta, e sentirsi parte di una comunità lontana, per me temporanea, ma che, so e sento che è e sarà così, rimarrà eternamente in me, o forse io in essa.
C’è una profonda differenza tra i nostri bambini e i bambini d’Islanda: i nostri sono forse più “educati”, gli impartiamo regole sociali – forse non sempre – e probabilmente anche troppi divieti; qui sembrano totalmente autonomi. In casa, a volte, regna il disordine, le scarpe lasciate a riposare vicino l’uscio; i bambini d’Islanda, spesso, lasciano tutto in mezzo, ma un po’ anche gli adulti, quindi ai bambini nessuno dice niente, nessuno li redarguisce, così la pace domestica è garantita, con buona pace di tutti. Poi, però, basta passare davanti una scuola e vedere i bambini giocare sul prato, arrossati dal freddo e dagli abiti pesanti, e ritrovo me-bambino che nel gioco si perdeva felice, ebbro di fantasia e infinito, le scale che portavano nella stanza della Direttrice mi apparivano enormi e solenni, e le grandissime aule, che, riviste tanti anni dopo, erano semplici stanzette.
Adesso, da adulto, penso alla morte, alla mia morte, a quella degli altri, a chi l’ha già incontrata e a chi la incontrerà, al suo mistero e alla sua altrettanto infinita ineluttabilità.
No, forse i bimbi non sono molto differenti gli uni dagli altri; i bimbi sono vicini all’Origine e ne avvertono inconsapevolmente presenza e sacralità.
Ventiseiesimo brano.
«Ebbero il permesso di toccare appena ciascun libro, ma solo con i polpastrelli per quella sera, la letteratura non tollera dita sporche, prima bisognava rivestire ogni volume con della carta, le copertine non devono sporcarsi, il dorso non deve fendersi, i libri sono quello che la nazione ha di più caro, hanno salvato la vita della nazione durante il Monopolio, le malattie e le eruzioni vulcaniche, per non dimenticare le quantità di neve che si sono depositate sugli insediamenti sparsi per tutto il paese per gran parte dell’anno nei secoli, e questo lo sa bene vostro padre per quanto dura sia la sua scorza, e per questo vi ha mandato una persona specifica con questi libri, e adesso dovremo imparare a maneggiarli con rispetto».


Esiste un’aura di leggenda che permea i Paesi del Nord: la storia secondo cui i bambini sono fisicamente “educati”, già da piccolissimi, ai rigori climatici, è per buona parte vera; le mamme entrano in libreria per leggere il giornale, comperare un libro prendendo un caffè (sempre il caffè!) e mangiando un dolce, mentre il bimbo rimane fuori a dormire nella carrozzina, sul marciapiedi. Lo fanno naturalmente, senza alcuna ostentazione progressista; lo fanno perché lo sentono naturale e sano, e noi, ed io, pronti ad immortalare, come in uno zoo, comportamenti e gesti radicati e nobili proprio perché sono naturali ed istintivi, ignari del nostro, del mio malcelato, provinciale voyeurismo.
Ventisettesimo brano.
«Una volta Dio onnipotente andò a fare visita ad Adamo ed Eva, che gli riservarono un’ottima accoglienza e gli mostrarono tutto ciò che avevano in casa. Gli mostrarono anche i loro figli, che a Lui parvero tutti molto promettenti. Poi Dio chiese a Eva se non avessero altri figli oltre a quelli che gli aveva già presentato. La donna rispose di no, ma la verità era che Eva non aveva ancora lavato tutti i suoi bambini e si vergognava a farli vedere a Dio, per questo li aveva nascosti. Dio lo sapeva, e dunque disse: “Ciò che viene nascosto a me, sarà nascosto agli uomini”. E così quei bambini diventarono subito invisibili a tutti, e dimorarono in colline, poggi e pietre. Da loro derivano gli elfi, mentre gli esseri umani discendono dai figli che Eva aveva mostrato a Dio. Gli esseri umani non possono vedere gli elfi, a meno che non siano gli elfi a volerlo, perché loro possono invece vedere gli uomini e fare in modo dio essere visti».


L’alba e il futuro dell’uomo e del mondo è negli occhi dei bambini; qui sono a Siglufjörður, in una caffetteria. Per un poco mi sono sentito osservato da questo bimbo, come se fossi un essere strano, come un animale in un giardino zoologico e ho sentito parecchia distanza tra me e lui; non so se questa distanza fosse reale o fosse solo una costruzione del mio Io. Poi, è bastato che gli chiedessi con la mano e un sorriso uno dei suoi cereali, perché quella parete di diffidenza crollasse e dal “lei” passassimo al “tu”.
Che strana la vita; per logiche indecifrabili, linee invisibili, un uomo del sud dell’Europa incontra un bimbo del nord dell’Europa.
Molto probabilmente non si incontreranno mai più, ma una infinitesima impronta è rimasta e rimarrà l’uno dell’altro.
Non so se è vero, né se è una realtà vera o una realtà psichica, ma mi piace pensarlo, mi piace sentirlo. È qualcosa di simile a ciò che pensai, tanto tempo fa, quando “scoprii” Venezia: quel profluvio di arte, di armonia, di Bellezza, plasmano la psiche e l’anima di chi nasce e vive a Venezia; così per chi vive in Islanda, per chi vive di Islanda. Anche l’atto del respirare è diverso, qui; l’aria è trasparente e sincera. Qui l’Arte è fatta di terra, aria, acqua, fuoco; è come trovarsi in una immensa zona di confine tra la “civiltà” e il Regno incommensurabile della Natura: l’Islanda è come un mutus liber, è Artifex e Soror.
Ottusamente mi ostino a provare a “capire” la natura islandese; qui è in gioco l’istinto e l’intuito per la solennità che si respira.
Gli spazi infiniti, severi, solitari, mi attirano in un portale gravitazionale al quale affido la mia anima; ho il desiderio di fermarmi in un luogo, qualunque luogo, e abbandonare il mio corpo all’abbraccio, al respiro della Terra, alla Natura, e rimanere lì, nel Nulla, nel Nessuno, dove perdere connotati e coordinate, dove rinunciare alla ragione e riscoprire l’Essenza misteriosa della Vita.
È difficile ragionare, parlare di un oggetto psichico quando l’oggetto è troppo vicino agli organi di senso. Akureyri, l’Islanda, Reykjavìk, lo Snæfell, e via via giù fino all’ultimo sasso, all’ultima stilla d’acqua, all’ultimo filo d’erba, è ancora tutto troppo vicino a me, troppo vicino alla mia anima. Una delle sensazioni più strane, forse anche negativa, è l’abitudine; mi accorgo che ho “quasi” fatto l’abitudine, e non è una buona cosa, non è un buon segno, perché quando un oggetto d’anima si trasforma in una abitudine, seppur transitoria, cessa di essere oggetto d’anima, fin quando svolti un promontorio, cambia la luce, ruoti su te stesso, e la magia, il mistero, trovano nuova linfa, e ricominciano, uguali e diverse nella loro incomprensibile essenza.
In Islanda, fuori dai centri abitati, ogni incontro casuale ha il sapore dell’avvenimento; rivivo la immensa desolazione raccontata da Halldór Laxness in “Gente indipendente”. L’Islanda è uno di quei luoghi geografici e d’anima che non può essere relegata nella valigia del “già visto”, delle esperienze provate e archiviate, come in una collana di trofei di caccia.
Ventottesimo brano.
«Presi la mano di papà, senza accorgermi che stavo parlando attaccato al microfono, così la mia voce è ancora oggi conservata in un museo delle voci: “Siamo noi o sono loro quelli veri?” “In questo momento siamo veri tutti. Sono americani, si stanno allenando per una spedizione sulla luna, non devi lasciarti scappare nemmeno una parola su quello che hai visto.” “Perché sono qui da noi?” “Perché l’Islanda è, su tutta la terra, il posto che assomiglia di più alla luna.” “È terribile. È come essere nello spazio.” “Noi siamo nello spazio, Pétur. Lontani lontani nello spazio. Ma è così che appare in molti luoghi di questo paese. Questo è il tuo paese, e devi imparare ad amarlo.” “Non sarà facile.” “Amare quel che è già bello è troppo semplice. Molto più difficile è spremere dalla roccia anche una sola goccia di latte.” “In ogni caso credo che dovremmo trasferirci in un altro paese. Perché dobbiamo abitare qui? Perché?” “Perché il timo rosseggia e la silene sorride in mezzo a tutto il grigio.
Perché una volta all’anno bisogna uscire nelle Regioni Deserte per ricordarci che siamo particelle in un sogno cosmico.”
Ventinovesimo brano.
«Siamo, anche se non lo vogliamo, schiavi del momento, dei suoi colori e delle sue forme, sudditi del cielo e della terra. Perfino colui che più si rintana in sé stesso, disdegnando ciò che lo circonda, costui non si rintana nello stesso modo quando piove o quando il cielo è sereno. Oscure mutazioni, forme avvertite solo nell’intimo dei sentimenti astratti, si verificano perché piove o perché ha smesso di piovere, si avvertono senza che le avvertiamo, perché senza sentirlo abbiamo sentito il tempo (…). Sì, vedo nitidamente, con la chiarezza con la quale i lampi della ragione fanno risaltare dall’oscurità della vita gli oggetti vicini che ce le raffigurano (…).


Qui siamo veramente nel deserto; abbiamo abbandonato la strada principale per inoltrarci in una Landsvegur, qualcosa di simile ad una nostra strada rurale. Di tanto in tanto un ponticello supera un torrente; qui occorre rallentare, sia perché si passa a senso alternato (e c’è la pur remota possibilità di incrociare un altro veicolo), sia perché il fondo di questi piccoli ponti è fatto in travi di legno leggermente distanziate l’una dall’altra, così da ostacolare la formazione del ghiaccio e per scoraggiare le pecore ad allontanarsi troppo dalla loro zona. Eravamo nel nulla da almeno venti minuti, una pioggia lieve e insistente rendeva brumoso lo scenario, quando, ad un tratto, da quello stesso nulla si è prima materializzata una pecora e subito dopo una pastora a cavallo, dotata di cap e pantaloni fluorescenti: sembrava un essere fiabesco e fuori dal tempo. Lì intorno, per parecchi chilometri, non si vedeva alcuna abitazione, un rifugio, un ovile, nulla, eppure… È stata una visione fugace, pochi secondi e sono scomparsi entrambi, ripristinando il nulla di prima.
L’Islanda che ho portato fin da piccolo nella mia anima è un luogo sacro, è tèmenos, in ogni senso: l’Islanda l’ho sognata, immaginata, desiderata, popolata di mille e mille proiezioni, perché l’Islanda, per me, era il mio luogo dello spirito, il luogo dell’infinito ove i miei sogni trovavano rifugio: un luogo di silenzio, di freddo, di deserto, di notti lunghissime, di presenze misteriose. L’Islanda era il luogo lontano, più di qualunque altro luogo lontano, perché noi siamo pneuma e, come il respiro, trasportiamo e trasformiamo la nostra anima dove l’infinito arriva. L’Islanda era il mio punto di incontro tra il centro e la circonferenza. Adesso sono qui, sulla circonferenza, dentro la circonferenza, e questo è un concetto irrazionale, perciò magico: il centro incontra il cerchio. L’Islanda riassume il lembo liminale della civiltà più spinta che si affaccia sulla natura più primordiale e in continuo cambiamento.
Non voglio correre il rischio di contestualizzare la magia o di illudermi di svelare il mistero, se c’è il mistero: “quella” Islanda dovrà rimanere tabù: lo devo a me e all’Islanda, ovunque essa sia, qualunque cosa essa sia.
Ventinovesimo brano. «C’erano una volta due trollesse che vivevano l’una nel monte Búrfell e l’altra nel Bjófell. La trollessa del Búrfell faceva spesso visita alla sorella, spostandosi verso est sui fiumi Þiórsá e Rangá fino a raggiungere il Bjófell, e probabilmente anche la sorella andava a volte verso ovest fino al Búrfell per contraccambiare le visite. Il Búrfell è molto roccioso e ha pareti ripide su ogni lato; a est, sotto la metà del monte, ci sono due rocce, non molto alte, una su ciascuna sponda del Þiórsá, mentre altre due rocce, circa della stessa altezza, spuntano fuori dall’acqua provocando una cascata che si divide in tre getti. Pare che le rocce siano state collocate lì dalla trollessa di Búrfell, per permetterle di attraversare il fiume con tre balzi senza bagnarsi i piedi. Il punto in cui si trovano le rocce si chiama Tröllkonuhlaup, il “Salto della trollessa”».


A distanza: una prudente e rispettosa distanza. Prima di entrare nell’iconografia, nella cartolina, mi sono fermato a sentire il suono, prima del clamoroso impatto visivo; nella foto quasi non si capisce cosa sia quella striscia bianca, anche perché la qualità della foto è deprecabile. Quello che volevo cogliere è il senso del miraggio che coglie nel vedere materializzarsi nel deserto roccioso questa roboante apparizione d’acqua. Il boato è veramente fortissimo, incessante, pervasivo; con il silenzio che ammanta il territorio circostante, l’energia sonora – non soltanto sonora – emoziona e sconvolge.
Tra qualche giorno tornerò in Italia; prese le distanze, potrò parlare e parlarmi di Islanda; non la vedrò con gli occhi, non la sentirò con le orecchie, non la respirerò con il naso, né la toccherò con le mani. Non le sarò più dentro, ma forse lei permarrà dentro di me.
Occorrerà cautela, rispetto, dedizione, pazienza: finito di ricordare e parlare della cartolina-Islanda, dovrò ritrovare, rianimare la “mia” Islanda in cui, pian piano, potrò integrare “l’altra” Islanda, dolce, remota, sfuggente e struggente, a volte piccola nel pensiero ma con un’anima profondissima e insieme giovane e antica, magica, in- cantata, delicata, poderosa, fragile, solenne, scostante e circolare. Vorrei trasmettere a chi mi è caro una parte di tutto ciò; vorrei che sentissero, intuissero insieme a me tutte le vibrazioni, le emozioni e le commozioni che le anime fragili sentono e intuiscono qui in Islanda. Due giorni fa andavo in università; era mattino, buio, freddo. Mi sono fermato qualche momento a guardare Akureyri, le montagne innevate, il fiordo: erano lì, indifferenti al mio essere e alle sue umane emozioni, eppure ne ho sentito la presenza, l’energia, e so che in quel momento, forse di illusoria risonanza insieme breve e lunghissima, è avvenuto il miracolo, e finalmente ho pianto; un pianto dolce e che conforta.
Credo che ciò che vorrei è preservare le immagini, affinché mi accompagnino a lungo, magari per sempre. Il buio, i volti delle persone, il silenzio, i sogni. Non è mai un buio assoluto; la notte del Nord, fatta di azzurrini, a volte tiepidi, a volte freddi, di un affascinante cromia di grigi e bianco, o sarebbe meglio dire bianchi. Questo buio che porta a raccogliersi, a rallentare, a porsi una e tante domande a cui non devono necessariamente corrispondere le risposte. E poi le persone, da cui mi separano migliaia di chilometri e secoli di storie, culture, esperienze, sogni, climi differenti, che un certo punto dello svolgersi della vita mi ha portato ad incrociarle per un tempo puntiforme, in una misteriosa sincronicità.
Trentesimo brano.
«(…). Ma ecco che il mondo gli risponde, la melodia scorre nell’increato, la forma scaccia il caos, il senso riecheggia nello spazio infinito. Si compie il miracolo dell’arte, la replica della creazione. Voci rispondono alla solitaria domanda, gli occhi che cercano incontrano raggi di luce, dal deserto albeggia un battito di cuore e possibilità d’amore, e nell’aurora della sua giovane coscienza il primo uomo prende possesso della Terra ospitale».


È un pianoro contornato da basse creste rocciose; la strada si snoda esile e defilata poco più in là, unico cordone con il mondo dell’uomo. Il fascino desolato e alieno di questo luogo mi chiede, ogni tanto, di guardare in direzione dell’automobile parcheggiata a poca distanza, di gettare un’occhiata alla striscia di asfalto che identifico appena, nera in mezzo al nero, come a cercare la sicurezza di poter restituirmi alle case e alle luci della città, come un bimbo che, di tanto in tanto, deve ripristinare il contatto visivo con la madre; immediata- mente dopo, però, il fascino magnetico di questo luogo che potrei banalmente definire “lunare” mi attira a sé: è un concerto circolare fatto di suoni, tremori, sibili, odori, colori che avviluppa e sconvolge la mente ed il corpo: il Sé si libera dell’Io.
Trentunesimo brano.
«Vedevo qua e là salire nell’aria delle fumarole; questi vapori detti reykir in lingua islandese provenivano da sorgenti e indicavano con la loro violenza l’attività vulcanica del suolo, il che mi parve giustificare i miei timori. Perciò caddi dalle nuvole allorché mio zio mi di- chiarò: “Vedi tutte queste fumate, Axel? Ebbene, esse dimostrano che noi non abbiamo nulla a temere dai furori del vulcano».


I vapori che fuoriescono dalla terra trasmutano i contorni di ciò che vedo. È un profluvio di stimoli per i sensi: alla bellezza delle emissioni gassose che intuisci siano create e spinte da profondità immani, si unisce prepotente l’effetto sonoro del fragore con cui l’energia della terra prorompe violentemente, schizzando disordinatamente verso il cielo. È un suono assoluto, incessante, incontenibile; anche qui, dopo un po’ sembra quasi normale trovarsi attorniati da crateri di fango, piccole crepe e fenditure che rilasciano un fumo bianco, che passa dalla compressione calda della terra ai freddi spazi dell’aria. Il pensiero che questo processo fisico, chimico, geologico avvenga da secoli, millenni, milioni di anni, sconvolge la mia psiche e il senso che essa dà all’idea di tempo e durata degli eventi della vita.
Trentaduesimo brano.
«(…) ogni materia immaginata, ogni materia meditata, è immediatamente l’immagine di un’intimità. Si ritiene che questa intimità sia remota; i filosofi ci spiegano che ci è per sempre nascosta, che non appena un velo è tolto, subito un altro ricopre i misteri della sostanza, l’immaginazione, però, non si ferma di fronte a queste buone ragioni e trasforma immediatamente una sostanza in un valore (…). Si sogna al di là del mondo e al di qua delle realtà umane meglio definite. C’è allora di che stupirsi se la materia ci attira verso le profondità della sua piccolezza, all’interno della sua struttura interna, fino al principio del suo germe? Ben si comprende che l’alchimista Gérard Dorn abbia potuto scrivere: “Non c’è alcun limite per il centro, l’abisso delle sue qualità e dei suoi misteri è infinito”».


Costante cambiamento… Pozze come queste ce ne sono parecchie, su questo piano; è un infernale ribollire di fango bollente, da cui emana una energia inarrestabile e incontenibile dai sensi. La visione di questi orridi è ipnotica, hanno un fascino inquieto e magnetico. Mi soffermo a lungo a guardare questo piccolo cratere che, se ci penso – e ci penso parecchio -, è il terminale di un dedalo di canali, gallerie, crepacci ed effimere porte verso il centro della Terra. Tutta la potenza della terra è adesso qui, davanti i miei occhi, davanti i miei piedi, e sconvolge la mia psiche, minando benevolmente nel profondo ogni idea di certezza, definizione e sicurezza. Al cospetto di un “buco” del terreno mi sento – finalmente – infinitamente piccolo, e lascio che i miei sensi riposino; è un dolce sollievo.
Trentatreesimo brano.
«Non dobbiamo cercare, ma trovare; non dobbiamo giudicare, ma osservare e comprendere, respirare ed elaborare quanto abbiamo inalato (…). Una escursione in luoghi panoramici deve promuovere in noi la cosa più alta, l’armonia con il cosmo, e non dev’essere uno sport né uno sfizio. Noi non dobbiamo osservare e valutare la montagna, il lago, il cielo con un generico interesse, ma muoverci tra queste realtà che, come noi, sono parte di un tutto e forme fenomeniche di un’idea, con chiari intendimenti e sentendoci come a casa propria, ognuno con le sue capacità e con i mezzi conformi alla sua cultura, uno come artista, l’altro come naturalista, un terzo come filosofo. Noi dobbiamo sentire il nostro essere particolare, e non solo quello corporeo, affine al tutto e inserito nel tutto. Solo allora abbiamo rapporti reali con la natura».


Un’altra meraviglia; dal piccolo piano di terra battuta si percorrono poche decine di metri sabbiosi per risalire il fianco di questo grande cratere: la vista al suo interno è magnifica, unica. I bordi del laghetto sono nettissimi, ma ciò che colpisce è l’intensità turchese dell’acqua; è un colore netto, senza compromessi. Ho maturato, non so perché, la convinzione che l’acqua sia acida, venefica, ma dopo un po’ vedo alcuni uccelli che, ignari di me, delle mie convinzioni, di tutto quel bello per me incontenibile ma da cui mi sento contenuto, pervaso e avvolto, si lasciano lentamente trasportare dalla superficie del lago impercettibilmente ondulata.
Ciò che colpisce di questo luogo spettrale e insieme sommessamente inquieto è la solitudine di questo specchio d’acqua, intorno al quale il terreno è brullo, piatto e monocromo. Il Viti è uno dei luoghi più belli, primitivi e senza compromessi estetici che i miei sensi abbiano mai incontrato.
Trentaquattresimo brano.
«Il nostro cuore va incontro all’elementare e apparentemente eterno in modo spontaneo e pieno d’amore, pulsa col ritmo del moto ondoso, respira col vento, vola con le nuvole e gli uccelli, sente amore e riconoscenza per la bellezza degli astri, dei colori e dei suoni, è consapevole di essere una parte di loro, affine a loro, e tuttavia non riceve dalla terra eterna, dal cielo eterno altra risposta che quell’imperturbabile, quasi canzonatorio sguardo del grande per il piccolo, del vecchio per il bambino, del duraturo per l’effimero. Finché noi, in arroganza o in umiltà, in superbia o in disperazione, opponiamo decisamente a ciò che è muto il linguaggio, all’eterno il temporaneo e il mortale, e dal senso della piccolezza e della caducità sorge il senso tanto orgoglioso quanto disperato dell’uomo (…). Ed ecco che la nostra debolezza è vinta, noi non siamo più piccoli né arroganti, noi non bramiamo più di diventare una sola cosa con la natura, ma alla sua grandezza contrapponiamo la nostra, alla sua durata contrapponiamo la nostra mutabilità, al suo mutismo il nostro linguaggio, alla sua apparente eternità la nostra consapevolezza della morte, alla sua indifferenza il nostro cuore capace d’amare e di soffrire».


C’è in questa immagine il senso, o un senso del mio accademico “pellegrinaggio in Islanda”: i colori bruni del terreno, che se li scomponi e ne cogli i dettagli, puoi pian piano cogliere i gialli, i bianchi, i rossi, i verdi, i grigi, i neri… In alto, in cielo e nel cielo, tra i grigi dominanti, con un po’ di pazienza e cura si rivelano via via i bianchi – non uno, ma due, dieci, venti toni di bianco -, i neri – anche il nero, come il bianco, si manifesta in modo plurimo – e poi il blu, il rosa… ho provato un grande senso di pace, perché non ero più colui che guardava qualcosa, ma ero diventato insieme figura e sfondo, oggetto e soggetto, senza più confini corporei: ero io, ero nuvola, ero freddo, ero terra, ero cielo, ero aria, ero caldo, ero respiro, ero silenzio, ero armonia, ero strazio, ero vertigine, ero anima, ero sospensione.
In uno sfocato impeto di immaginazione sono come Teosebia, sorella di Zosimo, che si cala nel cratere, in cerca di morte e rinascita. L’Islanda è il mio cratere, il mio mandala, la somma trascendente di mille linee percorse o solo intuite durante tutta una vita; è la luce di una candela che si accende in una buia notte senza stelle.
La rarefazione della luce, nell’inverno islandese, ammorbidisce i contorni e smussa qualunque asprezza. Sembra che anche il tempo possa e debba rallentare: il trapasso dall’oscurità alla lattiginosità del mattino dicembrino sembra attardarsi in uno stato sospeso in cui il tempo appare dilatato e lascia vuoti impensabili in altre latitudini. Lo stato d’animo degli uomini non può prescindere da un ciclo buio-luce in cui l’idea di luce deve fare i conti con altri concetti, altre realtà: se la luce mediterranea è pervasiva, onnipresente, debordante, indifferibile, la luce del Nord è suadente, strisciante, bassa anche nel senso dell’altezza. Al Sud è il giallo il colore portante, un giallo che, come un bordone musicale, esonda in un altro colore, un’altra frequenza, ibridandone la nettezza e portando la scala cromatica verso una omogeneizzazione, verso la Cinitras. È combustione, è il passo precedente al rosso; siamo alla fase del Vecchio Saggio, e forse non è un caso che la filosofia occidentale abbia visto i natali nel giallo del Mediterraneo: Giallo=Luce=fonte di vita.
Nelle dominanti cromatiche del Nord ritrovo echi della Nigredo, fatta di caos e paura. È il regime di Saturno, è l’Ombra. Nella cromia del Nord vi è l’invisibile e l’inconoscibile; la dea Ecate, gli orchi e le “creature nascoste”. Nella fase al nero siamo al nadir, alla morte del Sole, che deve tramontare, deve morire per poi rinascere. La discesa, la fase al Nero, pur essendo un processo temerario, è un atto psichico ineluttabile, è il Viaggio della Vita, senza il quale ogni movimento è destinato alla piattezza della superficie, in una apparente e infinita solarità. La preclusione, l’evitamento del Nero, però, è hybris, è un atto proditorio contro il principale fondamento della vita: l’opposizione ciclica dei contrari.
Trentacinquesimo brano.
«La cosa più fastidiosa dell’inverno non è il buio; forse ancora più fastidiosa è che non possa mai farsi così buio da far dimenticare l’interminabile di cui è simbolo; quest’interminabile che in realtà non ha a che vedere con nient’altro che la giustizia stessa, che riempie il cielo come la giustizia, inesorabile come lei. L’inverno e la giustizia sono della stessa pasta, lo si comprende meglio in primavera quando splende il sole, che sono iniqui tutti e due.»


Non c’è nulla di notevole o epico in questa foto, eccetto una ampia varietà di colori di cui non mi avvidi al momento dello scatto e che ne satura ogni lembo; un normale panorama di Akureyri, dopo il tramonto, alle prime ore di una qualunque serata autunnale islandese. Mi ha colpito, dopo avere visto il risultato dello scatto, l’involontaria e insieme naturale intensità dei colori: sono forti, polarizzati, definiti, variegati. Si pensa spesso al Nord come al luogo delle acromie; in questa immagine sono i manufatti umani a dare movimento e vitalità, una placida e serena vitalità. Prima di ritirarmi a casa, mi piaceva salire la gradinata che conduce al piancito antistante la chiesa, entrare dentro e fermarsi a pregare, meditare o semplicemente staccare ogni spina e svuotare la mente, non distratto da opere d’arte, navate spettacolari e colpi d’occhio da togliere il fiato. È una chiesa, una chiesa del Nord, con le panche di legno fornite di Bibbia, l’altare essenziale e modesto, e le vetrate realizzate a mosaico, che danno movimento, colore e accesso alla luce che proviene dall’esterno. L’organo è molto bello e dà un bel suono, robusto e avvolgente.
I canti di Natale, in Islanda, emanano una dolce malinconia; anche il coro dei bambini trasmette insieme qualcosa di serio e solenne, e tutta la platea segue ed esegue i canti, leggendo il testo sui fogli bianchi. E qui, nel Nord del Nord, più a nord della Capitale più a nord del mondo, senti Dio, il Creato, e intuisci, anche solo per un attimo, una delle mille ragioni perché esisti, perché esiste e per chi esiste l’Islanda.
Trentaseiesimo brano.
«Di lì a poco la neve si sciolse a chiazze, le pecore cominciarono a procurarsi il cibo nella palude, e ai pasti, quando papà e i ragazzi entravano nella stanza, la tavola era apparecchiata (…). Forse non era una novità che nessuno sapesse quello che gli altri pensavano, lì nella fattoria, e forse per loro era meglio così. Molti ritengono che le anime in una piccola fattoria siano fatte tutte con lo stesso stampo, ma non è affatto così, da nessuna parte le anime sono tanto diverse come in una piccola fattoria. Prendiamo i due fratelli per esempio – come riuscivano a parlarsi? – uno che anelava alla concretizzazione della realtà in un luogo definito, l’altro che anelava alla realizzazione dei sogni in una lontananza indefinita. Neve che si scioglie e bel tempo, le strisce dell’acqua da tempo sciolte nel burrone, la portata della cascata che aumenta, il ragazzino osserva incantato la primavera, poi arriva il vento da sud e soffia la cascata all’indietro oltre la montagna. Continua a darti da fare e smettila di fissare il vuoto, diceva il fratello più grande, erano sul prato di casa a concimarlo. Questa cascata nel burrone e il suo vento del sud, un’intera anima umana poteva trovare il suo simbolo originario in un evento naturale e su quello modellarsi, ne aveva parlato con sua madre, e lei lo aveva capito e gli aveva raccontato un sogno».


Abbiamo da poco lasciato Akureyri; come sovente accade, accomiatarsi da qualcosa o da qualcuno richiede uno sforzo mentale e fisico, oltre che spirituale. È come vivere i poli di attrazione che nella vita si susseguono e che portano gli individui a seguire percorsi capricciosi, talvolta privi di logica: passioni, lavoro, imprevisti, rendono il percorso di vita tortuoso e – a volte – contraddittorio e insensato. Sto tornando nei miei luoghi, verso chi mi fa gioire e costella la mia vita di ogni giorno; ho la presunzione tutta umana, però, di non “smarrire” l’Islanda. Non voglio dire che porterò l’Islanda con me, non posso, né voglio; sarebbe come facevano gli esploratori di un tempo che, al ritorno in patria, tenevano con sé un animale esotico, da trapiantare contra naturam. No, l’Islanda deve rimanere nei suoi luoghi, è i suoi luoghi; sarò io, umilmente, a rifugiarmi di tanto in tanto nei luoghi del sogno, così da renderli un poco immortali.
Trentasettesimo brano.
«Quando mi svegliai mio zio stava conversando volubilmente nella stanza attigua. Mi alzai e andai a raggiungerlo. Era in compagnia di un uomo di alta statura, dall’aspetto vigoroso come una roccia. Doveva essere dotato di una forza non comune. I suoi occhi di un azzurro sognatore, piantati in una testa enorme dall’espressione piuttosto ingenua, mi parvero intelligenti (…). Benché agile di movimenti, teneva le braccia pressoché immobili, quasi ignorasse o disdegnasse il linguaggio dei gesti. Tutto in lui rivelava un temperamento olimpico, non indolente, ma tranquillissimo. Si capiva che non avrebbe mai domandato nulla a nessuno, che lavorava quando gli faceva comodo e che nessuna cosa al mondo poteva turbare o stupire la sua calma che avrebbe fatto invidia a un filosofo».


Come commentare questo istante, se non scrivendo(mi) che sono sul fianco del Vulcano che, per dieci motivi che conosco, cento motivi che intuisco, e mille motivi che non conosco, è la mia Pietra Filosofale, è la Sostanza che guarisce le corruzioni del mio Spirito e lascia scorrere in senso inverso la corrente della Vita, fino a riportarmi ai tempi in cui mi avvicinavo, lieve ed ignaro, all’incontro con un Elemento che simboleggia e vale una esistenza.
È un animale addormentato, ciclopico e magnetico, remoto e spiazzante. Arsæll, contravvenendo mediterraneamente alle norme, mi ha portato da Arnarstapi, un porticciolo minuscolo e animato da un’attività frenetica, fin dove abbiamo potuto, nonostante non avessimo il permesso di affrontare il sentiero, normalmente riservato ai fuori- strada, con un auto normale.
La vertigine, la meravigliosa vertigine…
Trentottesimo brano.
«La città si stende su un terreno piuttosto basso e acquitrinoso, tra due colline. Un’immensa colata lavica la copre da un lato, scendendo in rampe digradanti verso il mare. Dall’altro si apre la vasta baia di Faxa, delimitata a settentrione dall’enorme ghiacciaio dello Sneffels e nella quale si trovava in quel momento all’àncora soltanto la Walkyrie.»


Il rientro nella Capitale, dopo tre lunghe, brevissime settimane. Se ci penso, è ben strano provare un senso di tristezza nel rientrare a Reykjavík, considerato che sto tornando nella capitale più settentrionale del mondo, 64° Nord, recitano le guide. Torno nella mia Reykjavík, lo scrivo senza virgolette, senza enfasi, né retorica. Rientrare a Reykjavík, però, è l’anticamera della partenza, è lasciare alle spalle “l’altro mondo”, l’Islanda del Sogno. Ritengo questa foto -immodestamente e involontariamente – una minima opera d’arte e un piccolo saggio di psicoanalisi, a patto di leggerla in modo psicologico e – soprattutto – che nessun fotografo o psicoanalista lo sappiano: è inondata, satura, invasa dai grigi, è mossa dal rollio dell’auto; il mare plumbeo e scostante allontana ancor di più il profilo incerto della città, schiacciata tra il mare e il cielo monocorde, che non dà alcun punto di riferimento e nega il senso di profondità. Se non avessi la certezza che siamo quasi giunti a destinazione, potrei illudermi di essere testimone del fenomeno della Fata Morgana: forse quella lì in fondo non è Reykjavík e sono in una dimensione parallela, oppure sono precipitato in un labirinto mentale, che concretizza magicamente il conflitto interiore tra il desiderio puerile di dipanare i miei giorni futuri qui in Islanda, da Islandese, e la gioia pura e profonda di tornare da chi amo e mi ama.
Trentanovesimo brano.
«Sicché negli stati di assottigliamento sentiamo di qual seme siamo e di che cosa potremmo essere seme diventiamo in parte, fuggevolmente, vive pietre filosofali, entriamo in contatto con l’anima del mondo, la quale – secondo spiegava Onorio di Autun – è una so- stanza intera in tutti i corpi benché non tutti siano tanto puri da lasciarla operare dentro di sé. La pietra filosofale, l’anima del mondo, si trovano nel cuore del cuore, nel testimone o apice dell’anima, ovvero nell’unità che è il tutto: nell’unità del mondo che è la nostra unicità, nel tempo infinito che è l’istante, nella parte inviolabile dell’uomo che è l’anima del mondo: nella coincidenza del minimo e del massimo, i quali entrambi tendono all’infinito. L’anima del mondo e la nostra intimità assoluta, il testimone, coincidono. Lo si avverte sensibilmente in certi luoghi geniali, dinanzi a certi laghi di certe conche intatte, al crepuscolo o all’alba, accanto a certe sorgive, in caverne, non a caso visitate dalla Vergine, in certe foreste».
Quarantesimo brano.
«Anima mia, dove sei? Mi senti? Io parlo, ti chiamo… Ci sei? Sono tornato, sono di nuovo qui. Ho scosso dai miei calzari la polvere di ogni paese e sono venuto da te, sono a te vicino; dopo lunghi anni di lunghe peregrinazioni sono ritornato da te. Vuoi che ti racconti tutto ciò che ho visto, vissuto, assorbito in me? Oppure non vuoi sentire nulla di tutto il rumore della vita e del mondo? Ma una cosa devi sapere: una cosa ho imparato, che questa vita va vissuta».
Quarantunesimo brano.
«La vita non viene dalle cose, ma da noi. Tutto ciò che accade fuori è già accaduto. Perciò chi osserva l’evento da fuori vede sempre soltanto ciò che è già stato e che è sempre uguale. Chi invece guarda da dentro sa che tutto è nuovo. Le cose che accadono sono sempre le stesse. Non è sempre uguale invece la profondità creativa dell’essere umano. Le cose di per sé non significano nulla, assumono un significato soltanto dentro di noi. Siamo noi a dare significato alle cose. Il significato è ed è sempre stato artificiale. Siamo noi a crearlo. Cerchiamo dunque in noi stessi il significato delle cose affinché la via di quel che ha da venire possa palesarsi e la nostra vita continui a scorrere. Ciò di cui avete bisogno proviene da voi stessi, ed è il significato delle cose. Il significato delle cose non è il senso che è loro proprio. Questo senso si trova nei libri dotti. Le cose sono prive di senso».
Quarantatreesimo brano.
«Quando un uomo si avventura in un paese lontano, deve essere preparato a dimenticare molte delle cose che ha appreso, ed a far proprie quelle abitudini e quelle regole su cui si fonda la vita nella nuova terra; deve abbandonare i vecchi ideali e i vecchi dèi, e spesso deve addirittura rovesciare i codici a cui si è conformato sino a quel momento il suo modo di vivere. Per coloro che hanno questa capacità di adattamento proteiforme, la novità di un simile cambiamento può persino costituire fonte di piacere; ma per quelli che si sono ormai fossilizzati nei binari nei quali furono creati, l’azione costrittiva del diverso ambiente risulta insopportabile, ed essi recalcitrano nel corpo e nello spirito di fronte ai nuovi vincoli che non comprendono. Questo recalcitrare è destinato ad agire e reagire, producendo diversi tipi di mali e conducendo a varie disgrazie. L’uomo che non sa adattarsi alla nuova routine farebbe meglio a ritornare nel proprio paese; se si trattiene troppo, finirà per morire».
Quarantaquattresimo brano.
«(…) Ma fu spaventato dalla calma ultraterrena dell’aria, e si alzò spesso nel cuore della notte per andare a vedere se la banderuola aveva ruotato: si sarebbe accontentato anche di dieci gradi. Ma no, stava sospesa sopra di lui immutabile come il fato. La sua immaginazione si mise a galoppare, finché questa divenne per lui un feticcio.
Qualche volta seguiva la via che essa indicava attraverso le regioni desolate, e lasciava che la sua anima si saturasse della Paura. Si immergeva nell’invisibile e nell’ignoto fino al punto che il peso dell’eternità sembrava schiacciarlo. Tutto nelle terre del Nord aveva questo effetto paralizzante: l’assenza di vita e di movimento; l’oscurità; la pace infinita della terra meditabonda; il silenzio agghiacciante, che rendeva un sacrilegio l’eco di ogni battito del cuore; la foresta solenne che pareva far la guardia a qualcosa di terribile ed inesprimibile, che non poteva essere abbracciato né dalla parola né dal pensiero».
Quarantacinquesimo brano.
«Come chiunque altro, io non dispongo che di tre mezzi per valutare l’esistenza umana: lo studio di sé stessi è il metodo più difficile, il più insidioso, ma anche il più fecondo; l’osservazione degli uomini, i quali nella maggior parte dei casi s’adoperano per nasconderci i loro segreti o per farci credere di averne; e i libri, con i caratteristici errori di prospettiva che sorgono tra le righe. Ho letto, più o meno, tutto quel che è stato scritto dai nostri storici, dai nostri poeti, persino dai favolisti, benché questi ultimi siano considerati frivoli, e son loro debitore d’un numero d’informazioni, forse, maggiore di quante ne abbia raccolte nelle esperienze pur tanto varie della mia stessa vita. La parola scritta m’ha insegnato ad ascoltare la voce umana, press’a poco come gli atteggiamenti maestosi e immoti delle statue m’hanno insegnato ad apprezzare i gesti degli uomini. Viceversa, con l’andar del tempo, la vita m’ha chiarito i libri».
Quarantaseiesimo brano.
«La pianura si confondeva con il cielo. Non finivo mai di stupirmi di fronte al miracolo dei fiumi: quella vasta terra vuota rappresentava soltanto un declivio e un alveo. I corsi d’acqua da noi sono brevi: non ci si sente mai lontano dalle sorgenti. Ma quel flusso enorme che sfociava in estuari intricati trascinava il fango di un continente sconosciuto, i ghiacci di regioni inabitabili. Non c’è freddo più intenso che quello di un altipiano in Spagna, ma laggiù mi trovavo faccia a faccia per la prima volta con l’inverno autentico; nei nostri paesi, esso non fa che apparizioni più o meno fugaci, ma laggiù si insedia per periodi interminabili, di mesi, e più a settentrione s’indovina immutabile, senza inizio e senza fine».
Quarantasettesimo brano.
«(…) Diciamoci la verità, le guide turistiche sono senza anima, sono fatte per i saccopelisti che cercano la locanda dove si spende una rupia in meno. Non dicono niente, anche se ti fanno il raccontino della storia. Invece ci sono stati, nel passato, viaggiatori straordinari. E io ho sempre viaggiato con loro. I libri erano i miei migliori compagni di viaggio. Stavano zitti quando volevo che stessero zitti, mi parlavano quando avevo bisogno che mi parlassero. Un compagno di viaggio invece è difficile perché impone la sua presenza, le sue esigenze. Un libro no, tace. Ma è pieno di tante belle cose».
Quarantottesimo brano
La notte seguente mi spinsi verso un paese nordico e mi ritrovai sotto un cielo bigio, in un’aria brumosa, umida e fredda. Mi dirigo quei bassopiani dove i fiumi dal pigro corso si avvicinano al mare formando ampi e lucenti specchi d’acqua, dove ogni impeto della corsa si smorza sempre più e tutta l’energia e la tensione si sposano alla sconfinata distesa del mare. Gli alberi si fanno radi, ampi prati paludosi si affiancano all’acqua cheta e torbida, sconfinato e deserto è l’orizzonte, coperto di nuvole grigie. Lentamente, tenendo il fiato sospeso, e in trepida e ansiosa attesa di ciò che spumeggiando turbolento si gettava nell’infinito, seguo mia sorella acqua. Sommesso e quasi impercettibile è il suo fluire, e tuttavia ci avviciniamo senza sosta al beato e supremo abbraccio, per entrare nel grembo delle origini, nell’espansione sconfinata e nell’incommensurabile profondità.[1]


E per finire… si ricomincia. In questa foto ci ritrovo l’intensità del vuoto che l’Islanda mi ha rivelato; ciò che, però, credo di avere fermato è la pienezza sapienziale che alcune immagini restituiscono alla mente. È come pensare per sottrazione: dopo avere vissuto di corsa, impegnandosi ad accumulare ogni nozione, ogni esperienza, ogni azione, a donare i miei saperi, le mie passioni, ha fatto capolino in me una piccola opportunità: quella di godere per ciò che c’è, per ciò che ho, ma anche per il suo contrario. L’assenza non è soltanto sinonimo di perdita, ma anche licenza di liberarsi dell’oggetto psichico a qualunque costo. Ho scoperto una piccola verità: la libertà di ritrovare la “casa” dove la tua anima possa trovare ristoro, accoglienza, armonia e… una porta socchiusa dalla quale sbirciare la Vita e da qui ripartire.
Ringrazio con il cuore Giorgio, Arsæll, gli Islandesi e l’Islanda.
Post scriptum: è trascorso un anno dal mio viaggio in Islanda, e nel frattempo è morta mia madre. Sono trascorsi quasi novant’anni dal giorno in cui ha messo piede qui. Ha chiuso la porta, per poter ripartire.
[1] C.G. Jung, Il libro rosso, pp.147-148.
Fonti
- James Hillman, Figure del mito, Adelphi, Milano, 2014
- Carl Gustav Jung, Il libro rosso, Bollati Boringhieri, Milano, 2012
- Halldór Laxness, Gente indipendente, Iperborea, Milano, 2004
- Jack London, In un paese lontano, SugarCo, Milano, 1987 (ed.or. In a Far Country, in The Son of the Wolf, Macmillan, New York, 1900).
- Salvatore Mazzarella, Dell’Isola Ferdinandea e di altre cose, Sellerio, Pa- lermo, 1984
- Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine, Feltrinelli, Milano, 1996
- Tiziano Terzani, La fine è il mio inizio, Longanesi, Milano, 2006
- Göran Tunström, Chiarori, Iperborea, Milano, 1999
- Jules Verne, Viaggio al centro della terra, BUR, Milano, 2010
- Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano, Giulio Einaudi, Torino, 1981
- Elémire Zolla, Le meraviglie della natura, Marsilio, Venezia, 1991

